L’IA sta trasformando la virologia clinica italiana tra diagnosi più rapide e sviluppo di antivirali, ma apre anche rischi di gain-of-function e biosicurezza digitale.

IA e virologia: perché è davvero un’arma a doppio taglio
Nel 2023 un modello di intelligenza artificiale addestrato su sequenze virali ha ricostruito, in pochi minuti, varianti sintetiche più infettive di ceppi reali usati in laboratorio. Nel frattempo, negli stessi mesi, algoritmi di machine learning aiutavano gli infettivologi a prevedere chi rischiava di finire in terapia intensiva per Covid-19 con un’accuratezza superiore ai punteggi clinici tradizionali.
Questo è il punto: la stessa tecnologia che accelera diagnosi, sviluppo di antivirali e sorveglianza epidemiologica può anche abbassare la soglia tecnica per progettare virus pericolosi. Nella sanità italiana, dove si parla sempre più di “ospedali intelligenti” e “medicina personalizzata”, ignorare questo lato oscuro sarebbe ingenuo.
In questa tappa della serie “IA nella Sanità Italiana: Innovazione Clinica” guardiamo alla virologia e alla ricerca sui virus come a un banco di prova estremo: se riusciamo a governare rischi così delicati, possiamo governare qualsiasi applicazione clinica dell’IA.
Dove l’IA sta già cambiando la virologia clinica
L’IA in virologia è già realtà in molti processi clinici e diagnostici, anche in Italia. Non è fantascienza da laboratorio, ma software che alcuni ospedali stanno già integrando nei percorsi di cura.
Diagnostica rapida e interpretazione dei test
Gli algoritmi di machine learning permettono di:
- analizzare automaticamente PCR multiplex e pannelli respiratori complessi;
- riconoscere pattern di coinfezioni (es. SARS-CoV-2 + influenza + RSV) che sfuggono a una lettura manuale frettolosa;
- correlare valori di carica virale con andamento clinico atteso.
Questa combinazione è preziosa in pronto soccorso e nei reparti di medicina interna: riduce ritardi diagnostici, soprattutto nei picchi stagionali di virus respiratori tra novembre e marzo, quando i reparti sono saturi e ogni ora conta.
Analisi delle immagini in radiologia e terapia intensiva
Sulla parte di diagnostica per immagini, già tema centrale di questa serie, la virologia è uno dei campi dove l’IA fa la differenza:
- algoritmi di deep learning su TAC toraciche e radiografie aiutano a distinguere polmoniti virali da batteriche;
- modelli predittivi collegano parametri radiologici, saturazione e dati di laboratorio con la probabilità di intubazione nelle 48–72 ore successive;
- sistemi di monitoraggio automatico in terapia intensiva integrano dati di ventilatori, emogas e farmaci per stimare l’evoluzione del danno polmonare.
La realtà , qui, è molto pragmatica: non si “sostituisce” il radiologo o il rianimatore, ma si toglie rumore, si segnalano i casi più critici, si supportano decisioni allineate alle linee guida.
Supporto alla sorveglianza epidemiologica
Un altro fronte è la sorveglianza virologica e genomica:
- clustering automatico di sequenze virali per identificare nuove varianti;
- modelli che integrano mobilitĂ , dati di prescrizione, accessi in PS per stimare focolai di influenza, RSV o altri virus emergenti;
- strumenti predittivi usati da alcune Regioni per pianificare letti di terapia intensiva o scorte di farmaci antivirali.
Qui l’IA ha un ruolo tipico di gestione ospedaliera: supporta la programmazione, non la singola decisione clinica al letto del paziente.
Il lato oscuro: gain-of-function e biorischi digitali
Gli stessi strumenti che accelerano la ricerca virologica possono facilitare attività ad alto rischio come gli esperimenti di “gain-of-function”. E questo è il cuore del concetto di “arma a doppio taglio”.
Cos’è (davvero) il gain-of-function in virologia
Gain-of-function indica modifiche intenzionali di virus per:
- aumentarne la trasmissibilitĂ ;
- ampliare lo spettro di ospiti;
- modificare la resistenza a farmaci o anticorpi.
In teoria è una pratica pensata per capire in anticipo che cosa potrebbe accadere in natura e preparare vaccini e terapie. Nella pratica, però, porta con sé tre rischi principali:
- Incidenti di laboratorio, anche in strutture ad alta biosicurezza;
- Uso improprio da parte di attori ostili;
- Diffusione di know-how sensibile attraverso pubblicazioni e strumenti digitali.
L’IA entra in gioco proprio su quest’ultimo punto.
Come l’IA abbassa la soglia tecnica
Oggi modelli generativi di sequenze biologiche possono:
- suggerire mutazioni specifiche che aumentano l’affinità di una proteina virale per il recettore umano;
- ottimizzare in silico la stabilitĂ di proteine di superficie per migliorare infettivitĂ o evasione immunitaria;
- generare sequenze plausibili partendo da poche sequenze reali, accelerando di mesi il lavoro di laboratorio tradizionale.
La criticità non è solo tecnica, ma di accesso:
- modelli generici sono spesso open source o accessibili tramite API;
- dataset virologici sono pubblicati in banche dati globali;
- documentazione dettagliata circola in letteratura e repository pubblici.
Risultato: quello che prima richiedeva anni di formazione specialistica in virologia e bioinformatica, oggi può essere parzialmente sostituito da modelli pronti all’uso guidati da competenze informatiche intermedie.
Rischi specifici per l’ecosistema italiano
Per l’Italia la sfida è doppia:
- abbiamo pochi laboratori BSL3/BSL4 rispetto a USA, Germania, Francia, quindi il rischio di incidente è più concentrato in poche strutture ad alta criticità ;
- stiamo spingendo molto (giustamente) su sanitĂ digitale e intelligenza artificiale, con piani nazionali e fondi PNRR, ma i temi di dual use biomedico sono ancora poco discussi nel dibattito pubblico.
Se non integriamo la prospettiva di biosicurezza digitale nelle politiche su IA in sanitĂ , rischiamo di sviluppare soluzioni eccellenti di medicina personalizzata e telemedicina, lasciando aperti varchi per un uso improprio di strumenti simili negli ambiti di virologia.
Governance: come usare l’IA in virologia restando al sicuro
La chiave non è fermare l’IA in virologia, ma governarla con regole tecniche e organizzative molto chiare. E questo riguarda sia i laboratori di ricerca sia le strutture cliniche.
1. Classificare i modelli ad alto rischio biologico
Le strutture sanitarie e di ricerca dovrebbero introdurre una classificazione interna dei modelli di IA utilizzati:
- basso rischio: supporto alla diagnostica, analisi di immagini, triage digitale nei pronto soccorso, gestione dei posti letto;
- medio rischio: modelli che analizzano sequenze virali a scopi epidemiologici ma senza generazione di nuove sequenze;
- alto rischio: modelli generativi di sequenze biologiche, di proteine virali, strumenti di ottimizzazione in silico per esperimenti gain-of-function.
Per la fascia ad alto rischio vanno applicate regole analoghe a quelle dei laboratori BSL3/BSL4: accessi controllati, audit periodici, logging dettagliato dell’uso.
2. Policy di accesso e tracciamento dell’uso
Alcuni principi operativi concreti per strutture italiane:
- account nominativi per l’accesso ai modelli di IA sensibili, senza credenziali condivise;
- log dettagliati delle richieste fatte ai modelli (prompt, sequenze analizzate, output generati);
- revisione periodica dei log da parte di un comitato di sicurezza bioinformatica;
- segmentazione delle reti: i server che eseguono questi modelli non dovrebbero essere esposti direttamente su internet pubblico.
Non sono misure teoriche: molti ospedali stanno giĂ facendo qualcosa di simile per dati radiologici o cartelle cliniche. Qui va semplicemente ampliato il perimetro ai modelli che trattano contenuti biologici sensibili.
3. Comitati etici e biosafety officer 2.0
Ogni IRCCS o grande azienda ospedaliera che fa ricerca virologica con IA dovrebbe avere:
- un biosafety officer con competenze sia di laboratorio sia digitali;
- un comitato etico-tecnico IA e biosicurezza che valuti i protocolli di ricerca ad alto rischio (in particolare sul gain-of-function);
- linee guida scritte su quali progetti richiedono valutazione aggiuntiva prima di avviare l’uso di IA.
Qui l’errore tipico è delegare tutto all’IT o tutto alla virologia. Serve un tavolo misto: clinici, informatici, esperti legali, risk manager.
Come integrare l’IA in virologia nei percorsi clinici italiani
Nonostante i rischi, lasciare fuori la virologia dai progetti di IA clinica sarebbe un’occasione persa. Si può innovare in modo sicuro, se si seguono alcuni principi pratici.
Usare l’IA dove l’impatto clinico è chiaro
Tre ambiti dove l’adozione ha molto senso anche nel contesto italiano:
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Pronto Soccorso e medicina d’urgenza
Modelli che, partendo da sintomi, parametri vitali, radiografia e primi esami, stimano la probabilitĂ di infezione virale grave. Benefici:- miglior triage;
- riduzione di ricoveri inappropriati;
- identificazione precoce dei pazienti “che si deteriorano di notte”.
-
Reparti di malattie infettive
Sistemi di decision support che suggeriscono esami virologici aggiuntivi, isolamenti precauzionali, consulti con microbiologia, basati su casistiche pregresse e linee guida integrate nel sistema. -
Direzioni sanitarie e Regioni
Cruscotti predittivi che stimano, con 1–2 settimane di anticipo, intensità dei picchi influenzali o RSV in pediatrici e anziani. Questo aiuta a programmare personale, posti letto, campagne vaccinali.
Integrare la dimensione IA nei piani di biosicurezza
Ogni Piano di Biosicurezza ospedaliero dovrebbe includere un capitolo su IA e dati virologici:
- quali dati genomici o virologici vengono usati per addestrare modelli;
- dove sono archiviati e chi vi accede;
- quali strumenti di IA sono autorizzati (insieme alle versioni e alle configurazioni);
- come gestire un incidente digitale (es. fuga di dati di sequenze o uso improprio di un modello generativo).
La mancanza di queste sezioni, oggi, è forse il vero punto debole: la biosicurezza continua a essere vista come tema “da laboratorio”, mentre una parte del rischio si è spostata sui server.
Formazione mirata per clinici e data scientist
C’è poi un tema culturale. Chi lavora su IA in sanità italiana dovrebbe:
- ricevere formazione di base sui concetti di biosicurezza e dual use;
- capire quando un dataset virologico richiede cautele extra rispetto a dati clinici standard;
- conoscere esempi concreti di progetti internazionali sospesi o modificati per rischi di gain-of-function.
E viceversa, i virologi dovrebbero familiarizzare con i concetti chiave di IA per saper porre limiti sensati: non serve demonizzare l’algoritmo, serve sapere cosa chiedergli e cosa no.
Perché questa discussione conta per la sanità italiana
L’IA in virologia è il test di stress più duro per la governance dell’innovazione clinica. Se riusciamo a gestire questa “arma a doppio taglio”, possiamo gestire con lucidità anche IA per radiologia, telemedicina, medicina personalizzata.
Per le strutture sanitarie italiane questo significa:
- inserire l’IA nei piani triennali di sviluppo clinico tenendo conto sia dei benefici che dei biorischi;
- definire policy chiare su come usare modelli generativi e dataset virologici;
- costruire alleanze tra clinici, data scientist e risk manager invece di percorsi paralleli.
Chi inizierà ora a strutturare questi processi avrà un vantaggio concreto: potrà adottare l’IA in modo più esteso e rapido, sapendo dimostrare a direzioni, Regioni e cittadini che i rischi sono stati affrontati di petto.
La domanda, ormai, non è più se usare o no l’IA in virologia e nella ricerca sui virus. La vera domanda è: quali strutture italiane vorranno guidare questa innovazione, anziché subirla?