Smart Hospital in Italia: da visione a progetti concreti

IA nel Settore Energetico Italiano: Transizione VerdeBy 3L3C

Lo Smart Hospital non è fantascienza: è un modello data-driven per rendere gli ospedali italiani più efficienti, sostenibili e vicini a pazienti e clinici.

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Smart Hospital in Italia: da visione a progetti concreti

Nel 2025 oltre il 23% degli italiani ha più di 65 anni e le patologie croniche assorbono la maggior parte della spesa sanitaria. Con questi numeri, pensare di reggere il sistema con ospedali progettati 30 anni fa è pura illusione.

Qui entra in gioco lo Smart Hospital: non l’ennesima etichetta alla moda, ma un modo diverso di concepire ospedali, dati, tecnologie e lavoro clinico. La buona notizia? Molti tasselli tecnologici sono già maturi, anche grazie all’IA e alle piattaforme data-driven. La cattiva notizia è che, senza una visione condivisa e qualche scelta coraggiosa, resteranno progetti pilota isolati.

Questo articolo entra nel merito di come portare lo Smart Hospital nella sanità italiana, quali ostacoli concreti vanno rimossi e come un approccio basato sui dati – supportato da ecosistemi come Siemens Xcelerator – può trasformare davvero la pratica clinica e l’organizzazione ospedaliera.

1. Che cosa distingue davvero uno Smart Hospital

Uno Smart Hospital è, prima di tutto, un ospedale progettato sui dati, non un edificio pieno di gadget tecnologici.

Significa passare da strutture statiche a organismi intelligenti che:

  • integrano edificio, impianti, tecnologie cliniche e sistemi informativi;
  • raccolgono dati in modo continuo (flussi clinici, energetici, logistici);
  • misurano le performance rispetto a obiettivi chiari: esiti clinici, efficienza, costi, sostenibilità e sicurezza.

Dalla progettazione all’esercizio: il dato come filo conduttore

Il punto chiave, spesso sottovalutato in Italia, è quando entrano in gioco i dati:

  • in fase di pianificazione (scelte urbanistiche, modello organizzativo, percorsi paziente);
  • in fase di progettazione (layout dei reparti, flussi di materiali, logistica interna, sale operatorie integrate);
  • in esercizio (monitoraggio in tempo reale, manutenzione predittiva, ottimizzazione letti e percorsi clinici).

L’approccio proposto da Siemens con il modello di Smart Hospital va esattamente in questa direzione: ridurre la frammentazione tecnologica, collegare sistemi fino a ieri separati e valorizzare il patrimonio informativo lungo tutto il ciclo di vita della struttura.

Uno Smart Hospital non è un progetto IT, è un modello di governo dell’ospedale basato sui dati.

Per chi guida una ASL, una Direzione Strategica o un IRCCS, questo si traduce in qualcosa di molto concreto: misurare l’impatto di ogni decisione (clinica, organizzativa o impiantistica) in termini di ROI, qualità e sicurezza.

2. Norme superate e nuovi bisogni: gli ostacoli da affrontare

Il primo freno alla diffusione dello Smart Hospital in Italia non è tecnologico, è normativo e culturale.

Le regole che guidano la progettazione ospedaliera sono spesso ferme a un’epoca in cui:

  • il digitale era marginale;
  • telemedicina, cartella clinica elettronica e IA non erano considerate “infrastrutture critiche”;
  • il focus era quasi solo su impianti e requisiti strutturali, non su servizi digitali e interoperabilità.

Professionisti come ingegneri clinici, progettisti e direttori dei sistemi informativi si ritrovano così a dover innovare “nelle pieghe” delle norme, cercando deroghe o interpretazioni creative. Il risultato è noto a chi lavora negli appalti:

  • gare piene di vincoli su metrature e impianti;
  • pochissimo spazio per definire requisiti funzionali digitali (interoperabilità, standard, cybersecurity, analytics);
  • rischi di sottodimensionare fin dall’origine le basi per servizi di sanità digitale.

Perché questo problema è critico proprio ora

Nel 2025, con PNRR Sanità in fase avanzata e progetti di ospedali nuovi o ristrutturazioni pesanti in corso, ogni scelta sbagliata oggi condizionerà i prossimi 20-30 anni.

Se costruiamo un ospedale senza pensare, ad esempio, a:

  • integrazione nativa con il Fascicolo Sanitario Elettronico;
  • spazi e networking per telemedicina e remote patient monitoring;
  • predisposizione per robotica clinica e logistica;
  • gestione centralizzata dei dati energetici e ambientali;

ci ritroveremo strutture già vecchie nel giorno dell’inaugurazione.

Chi siede ai tavoli decisionali deve avere il coraggio di dirlo: senza aggiornare regole e capitolati, lo Smart Hospital resta uno slogan.

3. La tecnologia c’è: manca una regia e una cultura del dato

Dal punto di vista tecnologico, il momento storico è favorevole. IA, sensoristica, IoT, piattaforme cloud e soluzioni di building management consentono di:

  • monitorare in tempo reale occupazione letti e code nei pronto soccorso;
  • ottimizzare l’uso delle sale operatorie riducendo tempi morti;
  • gestire clima, illuminazione e consumi con logiche predittive;
  • tracciare dispositivi, farmaci e materiali in modo automatico;
  • creare digital twin operativi dell’ospedale per simulare scenari e decisioni.

Il punto – sottolineato con forza da manager come Vito Allegretti (Siemens) e da chi guida la sanità digitale in Regioni come la Lombardia – è che la tecnologia è solo un abilitatore. Se manca una visione condivisa, il rischio è costruire un mosaico di soluzioni non comunicanti.

Servono disegno strategico e regia centrale

Per trasformare un ospedale in uno Smart Hospital serve un percorso evolutivo chiaro, articolato almeno su tre livelli:

  1. Visione regionale e nazionale: definire standard, priorità e obiettivi (es. tempi di attesa, riduzione riammissioni, efficienza energetica) che guidino bandi e investimenti.
  2. Piani di trasformazione aziendali: ogni Azienda sanitaria declina quella visione in un piano triennale/quinquennale con tappe, budget e indicatori.
  3. Progetti concreti e misurabili: interventi su blocchi operatori, pronto soccorso, terapia intensiva, diagnostica, con KPI chiari e revisione periodica.

Senza questa regia multilivello, si moltiplicano i progetti spot: belli da raccontare in conferenza, poco incisivi sulla vita di pazienti e professionisti.

La formazione: l’anello spesso mancante

C’è un altro nodo che chi lavora in corsia conosce bene: senza persone preparate, lo Smart Hospital si blocca.

Tre azioni sono imprescindibili:

  • Formazione continua del personale sanitario sull’uso consapevole delle tecnologie (non solo “come si clicca”, ma perché quel dato è utile al percorso clinico);
  • coinvolgimento degli ingegneri clinici e ICT fin dalle prime fasi di progettazione, non solo a valle per “installare” sistemi;
  • alfabetizzazione digitale dei pazienti, perché gran parte del valore (telemonitoraggio, app, portale paziente) dipende dalla loro partecipazione.

Ho visto troppe volte tecnologie perfette sulla carta restare sottoutilizzate per un motivo banale: nessuno ha investito seriamente nella gestione del cambiamento.

4. Ecosistemi collaborativi: il ruolo di Siemens Xcelerator

Progetti complessi come lo Smart Hospital non si costruiscono sommandogli fornitori, ma creando ecosistemi collaborativi.

L’approccio di Siemens con Xcelerator va esattamente in questa direzione: una piattaforma di business aperta che mette a disposizione:

  • soluzioni già testate in ospedali europei;
  • una rete di migliaia di partner specializzati;
  • strumenti per co-progettare percorsi e casi d’uso su misura.

L’idea è chiara: uscire dalla logica del “progetto una tantum” e passare a roadmap evolutive, dove tecnologie, processi e competenze crescono insieme.

Perché questo modello è particolarmente adatto alla sanità italiana

Nel nostro sistema sanitario pubblico, molto frammentato per Regioni, aziende ospedaliere e IRCCS, un modello a ecosistema porta tre vantaggi pratici:

  1. Riutilizzo e scalabilità: ciò che funziona in un ospedale può essere replicato, adattato e migliorato in altri contesti, riducendo tempi e rischi.
  2. Interoperabilità by design: lavorare su piattaforme comuni spinge naturalmente verso standard condivisi, riducendo l’integrazione “artigianale”.
  3. Condivisione di competenze: i partner più esperti contaminano gli altri, accelerando la maturità digitale complessiva.

Gli esempi reali – dagli ospedali svizzeri come il Kantonsspital Baden ai progetti italiani in corso – dimostrano che questo approccio è praticabile, anche in contesti regolati e complessi come la sanità.

5. Come iniziare davvero: una roadmap in 5 passi per le strutture italiane

Parliamo di pratica. Se dirigi un ospedale, un gruppo privato o un’azienda sanitaria e vuoi portare lo Smart Hospital dalla teoria ai cantieri, una roadmap minima potrebbe essere questa.

1. Mappare lo stato attuale

  • Analisi dei sistemi clinici e infrastrutturali esistenti;
  • valutazione del grado di integrazione e dei principali “silos di dato”;
  • fotografia di indicatori base: tempi di attesa, tasso di occupazione posti letto, consumi energetici, sicurezza impianti.

2. Definire pochi obiettivi misurabili

Non serve partire da tutto. Meglio scegliere 3-5 obiettivi forti, ad esempio:

  • ridurre del 20% i tempi di permanenza in PS;
  • aumentare del 15% il tasso di utilizzo delle sale operatorie;
  • abbattere del 25% i consumi energetici per metro quadro;
  • ridurre riammissioni evitabili su alcune cronicità.

3. Disegnare casi d’uso concreti

Per ogni obiettivo, individuare casi d’uso specifici, ad esempio:

  • monitoraggio real time dei flussi in PS con algoritmi di priorità;
  • scheduling avanzato delle sale operatorie integrato con RIS/PACS e cartella clinica;
  • sistema di gestione edificio (BMS) con logiche predittive e IA;
  • tracciabilità end-to-end di farmaci e dispositivi ad alto costo.

4. Scegliere partner e piattaforme in logica ecosistema

Qui entra nel vivo il tema Smart Hospital + piattaforme come Siemens Xcelerator:

  • selezionare tecnologie aperte, scalabili e interoperabili;
  • coinvolgere fin da subito progettisti, ICT, ingegneria clinica e clinici;
  • pianificare progetti pilota con KPI chiari e timeline realistica.

5. Governare il cambiamento e misurare

Ogni step va accompagnato da:

  • piano di formazione e change management per i professionisti;
  • strumenti di monitoraggio e dashboard condivise con la Direzione;
  • revisione periodica del piano, per correggere rotta in base ai risultati.

La realtà? Non esiste una “certificazione magica” di Smart Hospital. Esistono strutture che, anno dopo anno, si avvicinano a quel modello misurando ciò che funziona e abbandonando ciò che non porta valore.

Conclusione: perché lo Smart Hospital serve ora, non tra dieci anni

Lo Smart Hospital non è fantascienza e non è un progetto da rinviare “quando avremo più budget”. È una risposta concreta alle sfide che la sanità italiana sta già vivendo: invecchiamento, cronicità, carenza di personale, pressione sui pronto soccorso, sostenibilità economica ed energetica.

La tecnologia è matura, gli esempi internazionali non mancano e anche nel nostro Paese i primi progetti dimostrano che un ospedale data-driven, connesso e sostenibile è possibile. Quello che serve, oggi, è decidere se restare nella logica del “si è sempre fatto così” o impostare una strategia chiara, scegliendo partner, piattaforme e progetti capaci di fare davvero la differenza per pazienti e professionisti.

Se gestisci una struttura sanitaria o lavori in un assessorato regionale, la domanda non è più se puntare allo Smart Hospital, ma da dove iniziare. E il momento migliore per impostare questo percorso è adesso.