La sanità pubblica europea è una potente leva redistributiva. E l’Italia è a un bivio tra spese catastrofiche, disuguaglianze e nuove opportunità offerte da IA e innovazione.
Negli ultimi dodici mesi la quota di famiglie italiane che affronta spese sanitarie catastrofiche ha sfiorato il 9%. Tradotto: dopo aver pagato visite, farmaci e ticket, quasi una famiglia su dieci scivola in difficoltà economica. Tra i nuclei più poveri, dopo il 2022, il dato sale intorno a un devastante 27%.
Questo dato da solo basta a spiegare perché la sanità pubblica europea non è più solo un tema per addetti ai lavori. È diventata una questione di stabilità sociale, soprattutto in un Paese come l’Italia, che ha costruito sul Servizio sanitario nazionale (SSN) uno dei pilastri del proprio modello di welfare.
Il nuovo rapporto della Commissione europea, The Role of Healthcare in Reducing Inequalities and Poverty in the EU (2025), segna una svolta: per la prima volta la sanità pubblica viene misurata non solo come costo, ma come potente strumento di redistribuzione del reddito, al pari di tasse e trasferimenti monetari. E l’Italia, in questa fotografia, è insieme un esempio virtuoso e un sistema in forte sofferenza.
In questo articolo vediamo:
- perché la sanità pubblica è oggi una “leva fiscale nascosta” contro povertà e disuguaglianze;
- cosa dicono i nuovi dati europei su STiKs, indice di Gini e povertà;
- dove l’Italia sta pagando il prezzo più alto (spesa privata, ticket, farmaci);
- quali scelte politiche e di innovazione – inclusa l’intelligenza artificiale in sanità – possono rilanciare il SSN senza aumentare il divario tra chi ha risorse e chi no.
1. Sanità pubblica come redistribuzione: molto più di un “costo”
La sanità pubblica europea redistribuisce reddito reale ogni giorno, anche se non lo vediamo sui conti correnti. Ogni visita specialistica, ricovero, farmaco rimborsato è, di fatto, un trasferimento in natura che aumenta il “reddito equivalente” delle famiglie, soprattutto di quelle a basso reddito.
La Commissione europea, con il modello Euromod, ha fatto un passo chiaro:
Ha sommato al reddito disponibile delle famiglie il valore monetario dei servizi sanitari pubblici ricevuti.
Questi Social Transfers in Kind (STiKs) sono stati valutati in due modi:
- approccio assicurativo: valore medio per età e sesso, come se fosse un premio di polizza;
- approccio per utilizzo effettivo: valore dei servizi realmente fruiti, incrociando dati Eu-Silc e profili di spesa per età/genere.
Il risultato è netto: in tutti i Paesi UE i trasferimenti sanitari riducono l’indice di Gini e i tassi di povertà. In molti casi la riduzione del Gini si colloca tra i 3 e i 6 punti percentuali, un impatto paragonabile a quello delle principali politiche fiscali.
Questo cambia la prospettiva:
- la sanità pubblica non è solo una voce di spesa del bilancio dello Stato;
- è un meccanismo redistributivo implicito che sostiene le fasce più fragili;
- è una vera e propria infrastruttura di coesione sociale.
Per chi lavora nella sanità italiana – clinici, manager, aziende pharma, startup digital health – significa che ogni scelta organizzativa ha anche un effetto immediato su povertà e disuguaglianze, non solo sugli outcome clinici.
2. Spesa sanitaria catastrofica: quando curarsi diventa un lusso
La cosiddetta spesa sanitaria catastrofica si verifica quando una famiglia deve destinare oltre il 40% della propria capacità di spesa (al netto dei costi di sussistenza, come il cibo) a pagamenti sanitari out-of-pocket.
In Italia i numeri sono preoccupanti:
- 8,6% delle famiglie finisce in difficoltà economica dopo aver pagato visite, farmaci o esami;
- tra i nuclei più poveri, nel post pandemia (2022), la quota sale intorno al 27%;
- l’Italia è tra i peggiori Paesi dell’Europa occidentale, insieme a Portogallo e Grecia.
La voce che pesa di più per i più poveri? I farmaci pagati direttamente. Qui l’equità del sistema va in crisi.
Cosa sta succedendo in concreto
Per molte famiglie italiane:
- il medico prescrive, ma il costo del farmaco o del ticket rende la terapia difficile da seguire;
- visite di controllo e diagnostica vengono rimandate o evitate per motivi economici;
- la gestione delle cronicità (diabete, BPCO, scompenso cardiaco) si frammenta tra pubblico, privato low cost e rinuncia alle cure.
Questo genera un circolo vizioso:
- meno prevenzione → più urgenze e ricoveri;
- più ricoveri → più costi per il SSN;
- più costi → maggiore pressione a introdurre ticket e co-payment;
- più compartecipazione alla spesa → nuove quote di popolazione impoverita.
La realtà è chiara: quando il SSN non regge, non ne nasce un mercato ordinato di sanità privata, ma un aumento di disuguaglianze e rinuncia alle cure.
3. Tax-based vs assicurazione sociale: perché l’Italia è diversa dalla Germania
I sistemi sanitari europei si presentano ancora come due “famiglie” storiche:
- modello beveridgiano (tax-based): finanziato dalla fiscalità generale, come Italia, Regno Unito, Paesi nordici;
- modello bismarckiano (assicurazione sociale, SHI): basato su contributi obbligatori legati al lavoro, come Germania, Francia, Paesi Bassi.
Nella pratica, questi modelli producono profili redistributivi diversi.
Come redistribuiscono i due modelli
Sistemi tax-based (Italia, Regno Unito, Nord Europa)
- chi ha redditi più elevati contribuisce di più tramite le imposte;
- i servizi sanitari sono offerti in modo universale;
- il valore dei servizi ricevuti è proporzionalmente più alto per i redditi bassi;
- l’effetto redistributivo tende a essere progressivo.
Sistemi SHI (Germania, Francia, Paesi Bassi)
- il finanziamento si basa su contributi proporzionali, spesso con tetti massimi;
- il pacchetto di prestazioni è più omogeneo lungo la scala dei redditi;
- il profilo redistributivo è spesso proporzionale o lievemente regressivo.
Il confronto tra Italia e Germania è emblematico:
- nei quintili di reddito più bassi, il valore pro capite dei trasferimenti sanitari è molto più elevato in Italia e diminuisce con il reddito;
- in Germania il profilo è più “piatto”: tutti ricevono più o meno lo stesso valore di servizi, indipendentemente dal reddito.
Questo non significa che un modello sia “migliore” in assoluto. Significa che:
- l’Italia ha costruito un SSN con forte vocazione redistributiva;
- ma allo stesso tempo, liste d’attesa, diseguaglianze regionali e complessità burocratiche stanno spingendo le fasce fragili verso l’esclusione dal sistema.
Per chi definisce politiche sanitarie o lavora nel settore, la domanda reale oggi è: come preservare la progressività del SSN senza spingere la classe media e i fragili verso spesa privata incontrollata?
4. Oltre i modelli: istituzioni, co-payment e innovazione (anche digitale)
La distinzione “fisco vs assicurazione” non basta più. Conta il disegno istituzionale concreto:
- come vengono aggregati e redistribuiti i rischi;
- come sono regolati ticket, franchigie e massimali di spesa;
- quanto è stabile e adeguato il livello di finanziamento;
- quanto è efficace la governance (nazionale, regionale, locale).
Studi recenti hanno mostrato che:
- un sistema universalistico mal finanziato e diseguale sul territorio può diventare di fatto regressivo;
- sistemi assicurativi ben regolati, con forti meccanismi di equalizzazione, possono raggiungere effetti redistributivi simili ai modelli tax-based.
Cosa stanno facendo altri Paesi europei
Diversi Paesi hanno introdotto tetti di spesa sanitari legati al reddito familiare, così da proteggere le famiglie più fragili dal peso dei co-payment. L’OMS, con il report Using income-based caps to protect people from user charges for health care, ha analizzato misure in Paesi come Spagna, Austria, Germania e Belgio, individuando alcuni elementi chiave:
- i tetti funzionano meglio quando riguardano tutti i tipi di co-payment (farmaci, visite, diagnostica), evitando che alcune categorie di fragilità vengano escluse;
- l’uso di strumenti digitali per monitorare in tempo reale il cumulato di spesa per nucleo familiare riduce la burocrazia e gli errori;
- i sistemi più efficaci sono quelli in cui la protezione dal co-payment è automatica, senza obbligo di richieste o autocertificazioni complesse.
Qui entra in gioco direttamente la IA nella sanità italiana:
- algoritmi di stratificazione del rischio possono identificare i nuclei più esposti a spesa catastrofica;
- piattaforme integrate possono calcolare in tempo reale se una famiglia ha raggiunto il proprio tetto di spesa, esonerando automaticamente dai ticket;
- analisi predittiva e simulazioni tipo Euromod possono aiutare il Ministero e le Regioni a testare ex ante l’impatto redistributivo di ogni modifica ai ticket.
La tecnologia, se usata bene, non sostituisce il welfare. Lo rende più mirato, trasparente e controllabile.
5. Italia tra demografia, vincoli fiscali e IA in corsia
Nei prossimi decenni la sanità europea dovrà tenere insieme quattro forze che tirano in direzioni opposte:
- invecchiamento demografico: secondo l’Ageing Report 2024, la spesa sanitaria pubblica potrebbe crescere di oltre 1 punto di PIL entro il 2070 in molti Paesi UE;
- aumento di domanda di cure e long-term care per cronicità e non autosufficienza;
- crescita della spesa out-of-pocket, soprattutto in odontoiatria, farmaci non completamente coperti e dispositivi;
- nuovi vincoli di finanza pubblica legati a transizione verde, digitale, difesa e sicurezza.
Per l’Italia questo significa che il SSN dovrà fare di più con risorse che, realisticamente, non cresceranno in proporzione ai bisogni. Qui l’innovazione clinica e digitale, inclusa l’IA, non è un vezzo tecnologico: è una condizione per tenere insieme universalismo e sostenibilità.
Tre leve concrete per rafforzare la funzione redistributiva del SSN
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Ridurre la spesa catastrofica con policy mirate e dati in tempo reale
- Tetti di spesa sanitaria legati al reddito, estesi a tutti i co-payment.
- Uso di piattaforme digitali nazionali per monitorare i pagamenti a livello familiare.
- Integrazione con strumenti di simulazione (tipo Euromod) per valutare l’impatto redistributivo prima di modificare ticket e esenzioni.
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Investire sull’accesso territoriale e sulle competenze digitali
- rafforzare medicina generale, case di comunità e telemedicina per ridurre rinunce alle cure;
- programmi di alfabetizzazione sanitaria e digitale mirati alle fasce vulnerabili, anche con il supporto di associazioni di pazienti e Comuni;
- usare l’IA per indirizzare in modo proattivo l’offerta (recall automatici, percorsi personalizzati per cronici).
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Rendere la governance del SSN più unitaria e guidata dai dati
- superare le differenze ingiustificate tra Regioni su tempi di accesso, ticket, disponibilità di servizi;
- usare sistemi di analytics e IA per confrontare in modo oggettivo performance cliniche, costi e impatto redistributivo;
- coinvolgere attivamente industria farmaceutica, medtech e startup in modelli di value-based healthcare che tengano conto non solo degli esiti clinici, ma anche dell’effetto sulla riduzione delle disuguaglianze.
La sanità italiana, nel 2025, non è alla fine di un ciclo, ma in un punto di scelta: o resta ancorata a logiche di taglio lineare e rincorsa dell’emergenza, o assume consapevolmente la propria natura di grande infrastruttura redistributiva, usando politiche intelligenti e tecnologie avanzate per proteggerla.
Conclusione: la sanità pubblica come patto sociale da riscrivere
La sanità pubblica europea è oggi uno degli strumenti più efficaci per ridurre disuguaglianze di reddito e rischio di povertà. Il nuovo approccio della Commissione europea mostra che il valore dei servizi sanitari pubblici può pesare quanto – o più – dei trasferimenti monetari nel correggere le disparità.
Per l’Italia, Paese a forte vocazione universalistica ma segnato da crescenti spese private e differenze regionali, il messaggio è chiaro:
- tutelare il SSN significa proteggere il reddito reale delle famiglie, non solo offrire cure;
- ogni punto percentuale di spesa sanitaria pubblica va valutato anche per il suo contributo alla coesione sociale;
- l’intelligenza artificiale e la sanità digitale possono diventare alleate decisive per preservare equità e sostenibilità, se orientate da obiettivi chiari di giustizia redistributiva.
Chi progetta servizi, tecnologie e politiche in sanità oggi ha una responsabilità molto concreta: contribuire a un sistema in cui nessuno debba scegliere tra curarsi e pagare le bollette. La vera domanda per i prossimi anni è se saremo capaci di usare dati, IA e innovazione clinica per rafforzare questo patto, invece di limitarci a gestire l’ennesima emergenza.