Sanità digitale, FSE, telemedicina e IA: cosa sta davvero cambiando nel Servizio Sanitario Nazionale e come trasformare PNRR e innovazione in valore clinico reale.
Sanità digitale e IA in Italia: perché il 2026 sarà uno spartiacque
Nel 2025 oltre 57 milioni di italiani hanno già un Fascicolo Sanitario Elettronico attivo. Più del 64% dei cittadini dichiara fiducia nelle tecnologie digitali e nell’intelligenza artificiale in sanità. E il Ministero della Salute, come ha ribadito il ministro Orazio Schillaci, sta spingendo forte su riforme e investimenti PNRR per accelerare questa trasformazione.
Questo non è un tema “per addetti ai lavori”. È qualcosa che riguarda in modo diretto chiunque, dai pazienti cronici ai caregiver, dai direttori generali ai clinici in corsia. Perché l’equità di accesso alle cure, in un Paese lungo e complesso come l’Italia, passa sempre di più dalla capacità di usare bene digitale e intelligenza artificiale.
Il problema è che, mentre le infrastrutture crescono, molti professionisti non si sentono pronti, e le aziende sanitarie faticano a trasformare gli investimenti in reale valore clinico e organizzativo. La tecnologia c’è, ma spesso non viene usata al massimo del suo potenziale.
In questo articolo vediamo:
- cosa sta facendo concretamente il Ministero sulla digitalizzazione della sanità;
- dove siamo davvero su telemedicina, dati e intelligenza artificiale;
- quali scelte devono fare adesso aziende sanitarie, Regioni e professionisti per non restare indietro;
- come trasformare PNRR e IA in innovazione clinica sostenibile.
1. Cosa sta facendo il Ministero: oltre gli annunci
La linea del Ministero è piuttosto chiara: la digitalizzazione non è più un progetto sperimentale, ma una condizione per garantire equità di cura.
Secondo quanto dichiarato da Schillaci:
- gli interventi sono legati a riforme strutturali e agli investimenti del PNRR;
- l’obiettivo è un accesso più omogeneo alle cure, riducendo le differenze territoriali grazie a digitale e IA;
- il focus non è solo infrastrutturale, ma anche su formazione e competenze.
“L’equità delle cure passa anche dalla trasformazione digitale” non è uno slogan: è una scelta politica precisa.
Gli assi principali della strategia ministeriale
Oggi i pilastri della sanità digitale italiana si possono riassumere così:
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Rinnovo del parco tecnologico ospedaliero
- Sostituzione di oltre 3.000 grandi apparecchiature (TAC, risonanze, angiografi, ecc.).
- Più del 94% è già stato collaudato e messo in servizio.
- Questo non è solo “hardware nuovo”: sono macchine nate per lavorare con algoritmi di IA, sistemi RIS/PACS evoluti, integrazione con il FSE.
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Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) potenziato
- Oltre 57 milioni di cittadini hanno un fascicolo attivo.
- Il FSE di nuova generazione punta a diventare il centro dell’esperienza digitale del paziente: referti, prescrizioni, piani terapeutici, servizi di telemedicina.
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Ecosistema dei Dati Sanitari
- Un’infrastruttura nazionale per raccogliere e orchestrare i dati sanitari in modo sicuro e standardizzato.
- È la base reale su cui possono funzionare algoritmi di intelligenza artificiale affidabili, studi osservazionali, medicina personalizzata.
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Telemedicina strutturata
- Oltre ai fondi già previsti, il Ministero ha destinato 500 milioni di euro aggiuntivi alla telemedicina.
- L’obiettivo è uscire dalla logica “progetto pilota” e portare la telemedicina nei LEA organizzativi delle aziende.
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Formazione dei professionisti
- Con le risorse PNRR sono già state formate 2.500 unità di personale del SSN su competenze digitali e gestione delle nuove tecnologie.
- È poco rispetto al fabbisogno totale? Sì. Ma è un primo segnale: la componente umana e organizzativa sta entrando nell’agenda politica.
2. Dove siamo davvero: telemedicina avanti, IA indietro
La ricerca commissionata dal Fo.N.Sa.D. e richiamata dal ministro dice una cosa molto chiara:
- gli strumenti digitali più usati oggi sono telemedicina e gestione dati;
- l’intelligenza artificiale è ancora poco utilizzata nella pratica quotidiana.
Questo quadro è credibile e, per chi lavora sul campo, abbastanza familiare.
Telemedicina: da emergenza a standard di cura
Durante la pandemia molti servizi di telemedicina sono nati “di corsa”. Nel 2025 lo scenario è cambiato:
- visite di controllo in video-consulto per pazienti cronici;
- monitoraggio remoto di pazienti con scompenso cardiaco, BPCO, diabete;
- tele-refertazione radiologica in rete tra ospedali.
Il vantaggio per i cittadini è immediato:
- meno spostamenti, meno giornate di lavoro perse, meno costi indiretti;
- più continuità assistenziale, soprattutto per chi vive lontano dai grandi centri;
- possibilità di coinvolgere caregiver e famiglia nelle visite online.
Per le aziende sanitarie, se progettata bene, la telemedicina permette di:
- alleggerire i pronto soccorso dai falsi codici minori;
- programmare meglio ambulatori e follow up;
- raccogliere dati strutturati lungo tutto il percorso di cura.
La criticità? Organizzazione e integrazione. Troppo spesso le piattaforme di telemedicina restano “a lato” del sistema informativo aziendale, con operatori costretti a lavorare su più schermi, doppie registrazioni e flussi disallineati.
Intelligenza artificiale: alta aspettativa, bassa adozione
Il ministro lo dice apertamente: l’IA è ancora poco usata. I motivi principali che vedo ogni giorno nelle aziende sono tre:
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Mancanza di casi d’uso chiari
Non basta “avere l’IA”: servono progetti concreti- triage radiologico (prioritizzazione automatica di esami sospetti),
- supporto alla diagnosi dermatologica,
- predizione del rischio di riospedalizzazione.
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Diffidenza dei professionisti
Molti clinici non si sentono “sufficientemente informati” e temono che l’IA sia un giudice, non un alleato. Senza formazione e coinvolgimento, è normale che la reazione sia di difesa. -
Problemi di integrazione con i sistemi esistenti
Algoritmi brillantissimi ma scollegati da cartelle cliniche, PACS, LIS e FSE non portano valore e restano progetti pilota in un cassetto.
Qui la chiave non è “avere più algoritmi”, ma progettare un percorso di maturità digitale che unisca dati, processi, competenze e governance.
3. Il nodo centrale: competenze digitali in corsia
La frase di Schillaci sui professionisti è decisiva:
“Molti operatori devono ancora sviluppare confidenza con i nuovi strumenti e non si sentono sufficientemente informati”.
Tradotto: la resistenza al cambiamento non è pigrizia, ma insicurezza.
Cosa serve davvero a chi lavora nel SSN
Per medici, infermieri, tecnici, amministrativi sanitari, la trasformazione digitale è sostenibile solo se:
- gli strumenti semplificano davvero il lavoro quotidiano, invece di complicarlo;
- la formazione è pratica, basata su casi reali di reparto o ambulatorio;
- i percorsi di adozione prevedono ascolto e feedback continuo dagli utilizzatori;
- la responsabilità clinica resta chiara: l’IA supporta, non sostituisce il giudizio del medico.
Un programma di formazione efficace sulla sanità digitale dovrebbe includere almeno:
- uso avanzato del FSE e dei sistemi informativi clinici;
- principi base di data literacy: cosa sono i dati strutturati, come si leggono i report, perché la qualità del dato inserito è cruciale;
- elementi chiari di intelligenza artificiale spiegabile: cosa fa un algoritmo, cosa non fa, come interpretare output e alert;
- moduli su privacy, etica e sicurezza dell’IA in sanità.
Le 2.500 persone già formate sono un punto di partenza. Ma per un vero salto di scala, le aziende sanitarie devono costruire al proprio interno scuole permanenti di competenze digitali, con formatori clinici e tecnici che parlano la stessa lingua.
4. Dal PNRR alla pratica: come creare vera innovazione clinica
Il rischio del PNRR è noto: comprare tecnologia e fermarsi all’installazione. Se l’obiettivo della campagna è innovazione clinica, servono scelte precise.
Quattro priorità per aziende sanitarie e Regioni
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Partire da pochi casi d’uso ad alto impatto
Invece di distribuire piccoli progetti ovunque, ha più senso concentrarsi su 2–3 aree prioritarie, per esempio:- riduzione liste d’attesa diagnostiche con IA su immagini;
- gestione integrata del paziente cronico con telemonitoraggio e FSE;
- prevenzione delle riospedalizzazioni nei fragili.
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Integrare tutto con il Fascicolo Sanitario Elettronico
Ogni nuovo servizio digitale (app, piattaforma di telemedicina, algoritmo di IA) deve avere una domanda guida:“Come si collega concretamente al FSE e all’Ecosistema Dati?”
Se la risposta è vaga, il rischio è alto di creare nuove “isole digitali”. -
Definire indicatori chiari fin dall’inizio
Per valutare un progetto di sanità digitale non bastano i numeri di accesso. Servono KPI come:- riduzione dei tempi medi di attesa;
- riduzione accessi impropri al PS;
- tasso di aderenza terapeutica;
- soddisfazione di pazienti e operatori;
- impatto economico (costi evitati, giornate di degenza ridotte).
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Coinvolgere fin da subito i professionisti clinici
Nessuna trasformazione regge se viene calata dall’alto. I medici e gli infermieri vanno coinvolti nella co-progettazione di percorsi e interfacce. Chi usa gli strumenti tutti i giorni sa dove si inceppa il flusso.
Un esempio concreto: percorso digitale per il paziente cronico
Prendiamo un paziente con scompenso cardiaco residente in un piccolo comune:
- il medico di medicina generale registra il piano terapeutico nel FSE;
- il paziente riceve un kit di telemonitoraggio (pressione, saturazione, peso) con trasmissione automatica dei dati;
- un algoritmo di IA segnala variazioni anomale ai cardiologi della struttura di riferimento;
- il team valuta se programmare una visita in telemedicina o un accesso in presenza;
- caregiver e famiglia sono coinvolti tramite notifiche e promemoria digitali.
Risultato atteso:
- meno ricoveri in urgenza;
- più controllo dei parametri clinici nel tempo;
- migliore qualità di vita del paziente;
- uso più efficiente dei posti letto ospedalieri.
Questo non è fantascienza: con infrastruttura PNRR, FSE, telemedicina e IA, è esattamente il tipo di percorso che possiamo rendere standard nei prossimi due anni.
5. IA nella sanità italiana: da sperimentazione a routine
Parliamo chiaramente: la vera sfida per il 2026 non è “se” useremo l’intelligenza artificiale in sanità, ma come la useremo.
Dove ha più senso applicare l’IA oggi
Le aree più mature per l’Italia, considerando tecnologia disponibile e contesto normativo, sono:
- Imaging diagnostico: supporto alla refertazione radiologica, quantificazione automatica di volumi e lesioni, doppi lettori virtuali;
- Risk prediction: modelli che aiutano a identificare pazienti ad alto rischio di evento (ictus, riacutizzazione respiratoria, caduta, reingresso ospedaliero);
- Clinical decision support: suggerimenti su terapie, interazioni farmacologiche, protocolli basati su linee guida aggiornate;
- Process mining e ottimizzazione dei percorsi: analisi dei flussi reali dei pazienti per ridurre colli di bottiglia e ritardi.
Ogni volta, l’IA funziona davvero quando:
- è integrata dentro i flussi di lavoro (non come applicazione separata);
- dà output chiari e spiegabili (non “scatole nere” incomprensibili);
- viene accompagnata da formazione e da una governance etica forte.
Regolazione e fiducia: la partita culturale
Il 64% degli italiani si dichiara fiducioso verso digitale e IA in sanità, ma chiede regole chiare. Hanno ragione.
Per costruire fiducia servono:
- trasparenza su chi sviluppa gli algoritmi e con quali dati vengono addestrati;
- spiegazione semplice al paziente del ruolo dell’IA nel proprio percorso di cura;
- procedure di audit clinico continuo sugli output degli algoritmi;
- solide misure di sicurezza informatica e protezione dei dati personali.
Quando queste condizioni sono presenti, la narrazione passa da “la macchina che sostituisce il medico” a “uno strumento al servizio del team di cura”. Ed è qui che l’innovazione clinica diventa concreta.
Cosa fare adesso: il momento delle scelte
Il quadro è chiaro: infrastrutture digitali e fondi PNRR sono in larga parte già sul tavolo. Telemedicina e FSE stanno diventando normalità. L’intelligenza artificiale è alle porte, ancora timida ma inevitabile.
Chi guida aziende sanitarie, IRCCS, poliambulatori e Regioni ha davanti due strade:
- limitarsi a “mettere a norma” sistemi e adempimenti digitali;
- usare questa fase per ridisegnare davvero percorsi di cura, ruoli professionali e rapporto con il cittadino.
La seconda strada è più impegnativa, ma è l’unica che crea valore duraturo.
Se vuoi trasformare digitalizzazione e IA in vantaggio competitivo clinico e organizzativo, il momento di agire è adesso:
- scegli i casi d’uso giusti,
- investi sulle persone prima che sulla tecnologia,
- costruisci una governance dei dati e dell’IA solida e trasparente.
La sanità italiana ha l’occasione di fare un salto di qualità reale, non solo tecnologico ma profondamente clinico. La domanda è semplice: la tua organizzazione sarà tra chi guida questo cambiamento o tra chi lo subisce?