Ricerca clinica in Italia: pazienti sempre più protagonisti, accesso anticipato alle cure e ruolo chiave dell’IA per studi più efficaci e centrati sulla persona.
Negli ultimi dieci anni la partecipazione diretta dei pazienti agli studi clinici in Italia è cresciuta a doppia cifra, mentre ogni euro investito in ricerca genera un beneficio triplo per il Servizio sanitario nazionale. Non è solo un dato economico: è il segnale che qualcosa è cambiato nella cultura della cura.
Per anni la ricerca clinica è stata vissuta come un affare “da addetti ai lavori”. Medici, aziende, comitati etici. I pazienti firmavano il consenso informato ma raramente venivano ascoltati davvero. Oggi, iniziative come “People in Health: Clinical Research” mostrano un’altra strada: i pazienti diventano protagonisti dell’innovazione, non semplici destinatari finali.
Questo cambio di prospettiva è cruciale per l’Italia, che è già 4ª in Europa per numero di nuovi studi avviati, ma che deve migliorare accesso, trasparenza e fiducia per restare competitiva e, soprattutto, per offrire cure migliori.
Perché mettere il paziente al centro della ricerca clinica
Il punto è semplice: la ricerca clinica funziona meglio quando è disegnata insieme ai pazienti. Non è solo una questione etica, è pura efficacia.
Quando i pazienti sono coinvolti:
- i protocolli diventano più realistici (quello che chiedi ai partecipanti è davvero fattibile)
- l’aderenza allo studio aumenta
- i risultati hanno un impatto più concreto sui percorsi di cura reali
- cresce la fiducia verso il sistema sanitario e verso l’innovazione terapeutica
Le dichiarazioni emerse all’evento “People in Health: Clinical Research” sintetizzano bene questo cambio di passo.
“Paziente e ricercatore diventano entrambi protagonisti, e solo lavorando insieme possiamo produrre risultati solidi per la collettività”, ha ricordato Andrea Lenzi, presidente del CNR.
Questo approccio è in linea con le grandi priorità del SSN nel 2025: più prevenzione, più presa in carico territoriale, più appropriatezza. Se il paziente conosce la ricerca, la comprende e la sente come parte del proprio percorso, tutto il sistema ne guadagna.
Il quadro italiano: numeri, opportunità e criticità
L’articolo ANSA ricorda un dato chiave: l’Italia è 4° Paese in Europa per nuovi studi clinici avviati. Questo posizionamento ha tre conseguenze concrete:
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Accesso anticipato alle terapie innovative
I pazienti che partecipano agli studi possono ricevere farmaci e tecnologie all’avanguardia mesi o anni prima della rimborsabilità. -
Beneficio economico per il SSN
Ogni euro messo in ricerca clinica genera un ritorno triplo in termini di risparmi, ottimizzazione delle risorse e riduzione di ricoveri inappropriati. -
Attrattività del Paese
Più studi significa più investimenti, più lavoro qualificato, più competenze nelle strutture sanitarie.
La realtà, però, non è tutta rosa:
- molti pazienti non sanno che potrebbero partecipare a uno studio
- le informazioni sono spesso tecniche, poco comprensibili
- le differenze regionali nell’accesso sono ancora marcate
Ecco perché iniziative come People in Health – sostenuta da Novo Nordisk, ANSA e con il patrocinio dell’Ambasciata di Danimarca – sono interessanti: mettono allo stesso tavolo associazioni di pazienti, istituzioni, comunità scientifica e industria.
Dal “paziente informato” al “paziente esperto”
La vera svolta non è solo chiedere il consenso, ma coinvolgere i pazienti prima che il protocollo di uno studio sia scritto.
Cosa significa davvero “paziente protagonista”
Un paziente protagonista della ricerca clinica:
- partecipa alla definizione degli obiettivi che contano (non solo la riduzione di un parametro di laboratorio, ma qualità di vita, ritorno al lavoro, gestione dei sintomi quotidiani)
- aiuta a valutare se le visite richieste sono sostenibili (frequenza, orari, distanza)
- contribuisce alla definizione dei materiali informativi in linguaggio chiaro
- porta il punto di vista delle persone fragili o con minori risorse, che rischiano di restare escluse
È quello che ha raccontato simbolicamente Cinzia Grassi Carta, premiata con il People in Health Award per il lavoro della Fondazione Edoardo Carta Ets su educazione e advocacy a favore dei pazienti. Educare significa dare strumenti, non solo informazioni.
Il ruolo delle associazioni italiane
In Italia, molte associazioni di pazienti hanno già fatto un salto di qualità:
- partecipano a tavoli tecnici regionali e nazionali
- collaborano alla stesura di PDTA (Percorsi Diagnostico-Terapeutico Assistenziali)
- promuovono registri di patologia e raccolta dati
Quando queste associazioni entrano anche nel processo della ricerca clinica, il cerchio si chiude: dalla segnalazione dei bisogni alla co-progettazione delle soluzioni.
Ricerca clinica e IA nella sanità italiana: un’alleanza inevitabile
Nella campagna “IA nella Sanità Italiana: Innovazione Clinica” il filo rosso è chiaro: l’intelligenza artificiale ha senso solo se migliora davvero il percorso del paziente. Nella ricerca clinica questo si traduce in alcune applicazioni molto concrete.
Dove l’IA aiuta davvero ricerca e pazienti
- Selezione dei candidati agli studi
Algoritmi di IA possono analizzare in modo anonimo cartelle cliniche elettroniche e database per identificare pazienti che potrebbero trarre beneficio da uno specifico trial, riducendo i tempi di arruolamento.
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Monitoraggio remoto e continuo
Sensori, app e dispositivi domestici permettono di raccogliere dati reali sulla vita quotidiana (real-world data). L’IA li organizza, segnala anomalie, riduce visite inutili. -
Analisi dei risultati
Modelli avanzati possono individuare pattern che sfuggono alle analisi tradizionali, ad esempio sottogruppi di pazienti che rispondono meglio a una terapia. -
Maggiore sicurezza
Incrociando sintomi, esami e storici, i sistemi di IA possono supportare la farmacovigilanza durante e dopo gli studi clinici.
La sfida è una sola: usare questi strumenti senza sostituire la relazione umana, ma rafforzandola. Un paziente ben informato, seguito anche da remoto, resta sempre una persona che ha bisogno di parlare con il proprio medico.
Esempi concreti di partecipazione: il caso Gemelli
All’evento citato da ANSA è stato premiato anche il Policlinico Universitario A. Gemelli. Il riconoscimento consegnato a Vincenzina Mora, direttrice del Clinical Trial Office, mette in luce alcune buone pratiche che tante strutture italiane possono adottare.
Cosa significa “coinvolgimento attivo” in un grande ospedale
Nel concreto, parliamo di:
- sportelli o uffici dedicati alla ricerca clinica aperti ai cittadini
- materiali divulgativi in linguaggio semplice, anche multilingue
- percorsi assistenziali che integrano la partecipazione allo studio con la cura ordinaria
- sistemi di monitoraggio della soddisfazione dei pazienti coinvolti nei trial
Queste azioni hanno effetti misurabili:
- miglior accesso alle terapie innovative per i pazienti del territorio
- più aderenza ai protocolli grazie a spiegazioni chiare e supporto continuo
- percorsi più fluidi tra reparto, day hospital, follow-up territoriale
In altre parole, il coinvolgimento dei pazienti nella ricerca non è un orpello comunicativo, ma una leva organizzativa.
Come può un paziente italiano avvicinarsi alla ricerca clinica
Molte persone scoprono la possibilità di partecipare a uno studio troppo tardi, o non la scoprono affatto. Ecco alcuni passi pratici.
1. Parlare con il proprio medico
Il primo riferimento resta sempre il medico di famiglia o lo specialista di riferimento. Domande utili da porre:
- “Per la mia malattia sono attivi studi clinici a cui potrei partecipare?”
- “Quali sono i rischi e i benefici concreti per me?”
- “Partecipare cambierà qualcosa nel mio percorso di cura attuale?”
2. Coinvolgere le associazioni di pazienti
Le associazioni:
- conoscono spesso gli studi attivi per quella specifica patologia
- aiutano a leggere i consensi informati
- mettono in contatto con altri pazienti che hanno già partecipato a ricerche
3. Conoscere i propri diritti
Nel contesto della ricerca clinica in Italia, ogni paziente ha diritto a:
- informazioni chiare, complete e comprensibili
- tempo per decidere, senza pressioni
- ritirare il consenso in qualsiasi momento
- tutela della privacy e dei propri dati clinici
Chi non ha questa consapevolezza tende a vivere la ricerca come qualcosa da temere. Chi la ha, può valutarla con lucidità, cogliendone i potenziali vantaggi.
Cosa dovrebbero fare oggi aziende e istituzioni
Se vogliamo che i pazienti siano davvero protagonisti dell’innovazione clinica in Italia, alcuni passaggi sono non più rinviabili.
Per le aziende farmaceutiche e tech
- coinvolgere associazioni di pazienti nella fase di progettazione degli studi
- co-creare materiali informativi in linguaggio non tecnico
- usare l’IA per semplificare la burocrazia, non per complicarla
- misurare sistematicamente soddisfazione ed esperienza dei partecipanti
Per le istituzioni e il SSN
- ridurre le differenze regionali nei tempi di autorizzazione dei trial
- valorizzare e finanziare gli uffici studi clinici negli ospedali
- integrare la partecipazione alla ricerca nei PDTA regionali
- garantire formazione continua su etica, consenso informato e uso responsabile dell’IA
Come ha sottolineato l’ambasciatore danese Peter Taksøe-Jensen, “sostenere la ricerca clinica significa trasformare ambizioni politiche in azioni concrete”. Il livello di partecipazione dei pazienti è uno degli indicatori più onesti di quanto questa trasformazione stia funzionando.
Uno sguardo avanti: dall’evento alla pratica quotidiana
L’evento “People in Health: Clinical Research” manda un messaggio chiaro: la collaborazione tra pazienti, comunità scientifica, industria e istituzioni non è più opzionale. È la condizione di base per avere una ricerca clinica che produca valore reale.
Questo vale ancora di più in un dicembre 2025 in cui la pressione sul Servizio sanitario nazionale è altissima: liste d’attesa, cronicità in aumento, bisogno di innovazione sostenibile. Ogni studio clinico ben progettato, ogni paziente coinvolto in modo consapevole, è un tassello verso un SSN più forte.
Se lavori in sanità, se sei parte di un’associazione o se convivi con una malattia cronica, la domanda concreta è: che spazio stai lasciando oggi alla ricerca clinica nel tuo percorso?
Chi inizia a farsi questa domanda, di solito, scopre che c’è più margine di partecipazione di quanto pensasse.