Pnrr e dispositivi medici: a che punto siamo davvero

IA nel Settore Energetico Italiano: Transizione VerdeBy 3L3C

Oltre il 90% dei dispositivi medici Pnrr è collaudato. Il nodo ora è trasformarli in valore clinico reale, anche grazie a IA e integrazione digitale.

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Pnrr e dispositivi medici: a che punto siamo davvero

Oltre il 90% dei dispositivi medici acquistati con il Pnrr è già stato collaudato: parliamo di 2.945 apparecchiature su 3.237. Mancano all’appello 292 dispositivi, che dovranno essere pienamente operativi entro giugno 2026. Numeri così non sono solo una buona notizia contabile: determinano la qualità delle cure nei prossimi dieci anni.

Questo dato diffuso da Confindustria Dispositivi Medici arriva in un momento delicato: chiusura dell’anno, bilanci sul Pnrr, Regioni sotto pressione per rispettare le scadenze europee, professionisti sanitari che chiedono strumenti adeguati e, sempre più spesso, strumenti intelligenti. Perché il tema non è soltanto “comprare macchine nuove”, ma farle funzionare, integrarle nei percorsi clinici e sfruttare il loro potenziale digitale e di IA.

In questo articolo vediamo cosa significano davvero questi numeri, dove siamo in ritardo, quali rischi corre il Servizio sanitario nazionale se parte di queste tecnologie resta nei magazzini, e come le strutture possono usare Pnrr e intelligenza artificiale per fare un vero salto di qualità, non solo un aggiornamento estetico del parco macchine.


1. I numeri del Pnrr sui dispositivi medici: oltre il 90% collaudato

Il messaggio principale è chiaro: l’attuazione degli investimenti Pnrr sui dispositivi medici è ben avanzata. Secondo l’analisi citata:

  • Dispositivi acquistati: 3.237
  • Dispositivi già collaudati: 2.945
  • Percentuale collaudata: oltre il 90%
  • Dispositivi ancora da rendere pienamente operativi: 292
  • Scadenza per la piena operatività: 30/06/2026

In pratica, la gran parte delle apparecchiature è uscita dalla fase “fantasma” – quella in cui esistono solo sulle carte o nei magazzini – ed è entrata nella fase clinica: è installata, collaudata e pronta (o quasi) all’uso routinario.

Questi numeri non bastano però a raccontare la storia completa. Perché un conto è avere un’apparecchiatura collaudata, un altro è avere:

  • personale formato;
  • protocolli aggiornati;
  • integrazione con il fascicolo sanitario elettronico e i sistemi informativi regionali;
  • modelli di manutenzione e monitoraggio basati anche su analisi dati e IA.

Se mancano questi pezzi, il rischio è quello ben noto in sanità italiana: ottime tecnologie sottoutilizzate.


2. Che cosa significa davvero “collaudato” per un dispositivo medico

Dire che un dispositivo è collaudato vuol dire, in sintesi, che rispetta i requisiti tecnici, di sicurezza e di funzionalità previsti dal capitolato e dalle norme. Ma per le strutture sanitarie, oggi, questo non basta più.

Dal collaudo tecnico all’uso clinico reale

Un dispositivo è davvero “operativo” quando:

  1. È integrato nei flussi di lavoro clinici
    Radiologia, laboratorio analisi, blocco operatorio, pronto soccorso: ogni ambiente ha percorsi specifici. Una TAC o una RMN collaudata ma non inserita in un’agenda di prenotazione efficiente resta un collo di bottiglia.

  2. Comunica in modo standard con gli altri sistemi
    Standard come DICOM e HL7 non sono dettagli tecnici: sono ciò che permette a immagini, referti e dati di viaggio fra reparto, territorio e fascicolo sanitario elettronico. Se l’apparecchiatura non dialoga, la digitalizzazione si ferma al reparto.

  3. È sfruttata nelle sue funzioni avanzate (IA, automazioni, analytics)
    Molti dispositivi acquistati con il Pnrr includono moduli di intelligenza artificiale clinica, triage automatico, supporto alla refertazione, automazione di laboratorio. Se restano disattivati, si sta usando solo metà del valore dell’investimento.

Il ruolo della formazione

La differenza tra un dispositivo “presente” e un dispositivo “utile” spesso è la formazione del personale:

  • medici e tecnici devono fidarsi degli algoritmi di IA, sapendo come funzionano e quando metterli in discussione;
  • ingegneri clinici e IT devono saper gestire aggiornamenti software, cyber sicurezza, interoperabilità;
  • i manager devono leggere i dati generati dalle apparecchiature per riorganizzare percorsi e risorse.

Qui molte aziende sanitarie italiane sono ancora in ritardo. Ho visto realtà in cui l’IA di supporto alla lettura delle immagini è stata attivata mesi dopo il collaudo, semplicemente perché nessuno aveva pianificato un percorso formativo strutturato.


3. Le 292 apparecchiature mancanti: rischio o opportunità?

Restano 292 dispositivi medici da rendere pienamente operativi entro giugno 2026. Numericamente sembrano pochi, ma possono pesare molto se si concentrano in nodi critici del sistema sanitario.

Dove si rischia di più

I rischi maggiori emergono quando i dispositivi ancora non operativi appartengono a categorie come:

  • Grandi apparecchiature di diagnostica per immagini (TAC, RMN, PET): senza di loro, i tempi di attesa restano alti;
  • Tecnologie per la chirurgia mininvasiva o robotica: se non entrano in uso, la struttura perde attrattività e capacità di trattare casi complessi;
  • Sistemi di laboratorio automatizzati e con IA di supporto: fondamentali per ridurre errori e accelerare i tempi di risposta;
  • Dispositivi per telemedicina e monitoraggio remoto: centrali per la gestione delle cronicità e per le Case e gli Ospedali di Comunità.

Se queste tecnologie non vengono rese operative per tempo, il Pnrr rischia di tradursi in un ammodernamento incompleto e disomogeneo, con differenze marcate tra Regioni e tra ospedali all’interno della stessa Regione.

Perché può essere anche un’opportunità

Dall’altro lato, queste 292 apparecchiature rappresentano un margine di miglioramento da gestire con consapevolezza:

  • chi sta ancora completando installazioni e collaudi può imparare dagli ospedali che hanno già integrato con successo IA, nuova diagnostica e automazione;
  • si può sfruttare la coda del Pnrr per correggere la rotta: definire meglio i requisiti di interoperabilità, pianificare formazione, standardizzare i flussi dati verso il fascicolo sanitario elettronico;
  • le Regioni possono usare questi ultimi mesi per ridurre le disuguaglianze, supportando in modo mirato le aziende sanitarie più lente.

La vera domanda, quindi, non è solo se arriveremo al 100% di dispositivi collaudati entro il 2026, ma come questi dispositivi saranno inseriti nei percorsi clinici reali.


4. Pnrr, dispositivi medici e intelligenza artificiale nella sanità italiana

Il Pnrr non ha finanziato solo “ferri e plastica”: ha accelerato l’ingresso di dispositivi medici sempre più software-driven, con componenti di intelligenza artificiale clinica integrate.

Dove entra in gioco l’IA

Alcune aree chiave in cui l’IA è già presente, spesso proprio all’interno dei dispositivi acquistati con il Pnrr:

  • Diagnostica per immagini: algoritmi che segnalano lesioni sospette, prioritarizzano gli esami urgenti, aiutano a confrontare studi precedenti;
  • Laboratorio: sistemi che identificano pattern anomali nei risultati, suggeriscono ripetizioni mirate, contribuiscono a sistemi di allerta precoce per sepsi o peggioramenti clinici;
  • Terapia intensiva e reparti ad alta complessità: monitoraggio continuo con algoritmi predittivi del deterioramento clinico;
  • Telemedicina e cronicità: analisi dei dati provenienti da dispositivi domiciliari per segnalare trend critici con anticipo.

Il punto critico è che spesso queste funzioni di IA non sono attive o non sono integrate nei percorsi decisionali. Il che significa sprecare una parte importante del valore degli investimenti.

Cosa funziona nelle strutture che stanno avanti

Negli ospedali italiani che stanno sfruttando meglio questi strumenti vedo alcuni tratti comuni:

  • presenza di una cabina di regia interna (direzione sanitaria + IT + ingegneria clinica + clinici) che guida l’introduzione dell’IA;
  • progetti pilota ben definiti, su casi d’uso circoscritti (ad esempio: ridurre del 20% i tempi di refertazione TAC in PS);
  • formazione continua, non solo “una tantum” al momento del collaudo;
  • monitoraggio di pochi indicatori concreti: tempi di risposta, numero di errori, soddisfazione del personale, impatto sulle liste d’attesa.

La morale è semplice: l’IA non serve a sostituire i professionisti, ma a liberarli da compiti ripetitivi e a rendere più solido il processo decisionale. Quando si mette questo al centro, anche i dispositivi Pnrr diventano strumenti di cambiamento, non solo nuove voci a bilancio.


5. Come trasformare i dispositivi Pnrr in valore clinico: 5 mosse pratiche

Per le direzioni strategiche, i CIO e gli ingegneri clinici, il nodo ora è trasformare questi numeri in risultati tangibili. Ecco un approccio che vedo funzionare nelle aziende più strutturate.

1. Mappare lo stato reale, non solo quello formale

Non basta sapere che un dispositivo è “collaudato”. Serve una mappa che distingua:

  • installato ma non in uso;
  • usato in modalità base (funzioni standard, nessuna IA attiva);
  • usato in modalità avanzata (IA, automazioni, piena integrazione con SI aziendali).

Questa fotografia, reparto per reparto, è il punto di partenza.

2. Definire 3-4 priorità cliniche

Invece di provare ad “attivare tutto subito”, è più efficace scegliere poche priorità, ad esempio:

  • riduzione delle liste d’attesa per diagnostica per immagini;
  • miglior gestione dei pazienti cronici sul territorio;
  • maggiore sicurezza in terapia intensiva;
  • riduzione degli errori di laboratorio.

Ogni priorità guida quali dispositivi, quali funzioni di IA e quali percorsi riorganizzare.

3. Coinvolgere i clinici dall’inizio

Quando le decisioni sui dispositivi restano chiuse tra IT e acquisti, il risultato è spesso deludente. Coinvolgere fin da subito medici, infermieri e tecnici significa:

  • scegliere casi d’uso realistici;
  • evitare workflow teorici che non reggono in reparto;
  • aumentare l’adozione reale delle nuove funzioni.

4. Integrare davvero con i sistemi informativi

L’interoperabilità non è una formalità. Per valorizzare dispositivi e IA serve:

  • integrazione con RIS/PACS, LIS, cartella clinica elettronica;
  • flussi ordinati verso il fascicolo sanitario elettronico;
  • politiche chiare di sicurezza e gestione del dato.

Senza questi elementi, i dati restano frammentati e l’IA non può esprimere il suo potenziale.

5. Misurare e comunicare i risultati

Le direzioni che riescono a mantenere alta la motivazione dei team fanno una cosa semplice ma rara: misurano i risultati e li condividono.

Qualche esempio di indicatori utili:

  • tempo medio di refertazione prima/dopo l’uso dell’IA;
  • riduzione di errori o re-test in laboratorio;
  • numero di accessi evitati al pronto soccorso grazie a telemonitoraggio;
  • soddisfazione di pazienti e operatori.

Quando i numeri iniziano a migliorare, diventa più facile chiedere risorse per formazione, personale dedicato, ulteriori progetti di IA.


6. Cosa aspettarsi da qui al 2026 e come prepararsi

Da oggi a giugno 2026 succederanno due cose in parallelo:

  1. le strutture sanitarie dovranno portare a piena operatività il 100% dei dispositivi acquistati con il Pnrr;
  2. la pressione su digitalizzazione, IA e sostenibilità economica del SSN aumenterà ancora.

Chi saprà usare questi 18-24 mesi come un laboratorio organizzativo avrà un vantaggio competitivo enorme anche oltre il Pnrr.

Per chi lavora in aziende sanitarie o Regioni, ha senso chiedersi subito:

  • conosciamo con precisione quali dispositivi Pnrr abbiamo, dove sono, come sono usati?;
  • quali includono funzioni di IA che non stiamo ancora sfruttando?;
  • abbiamo un piano chiaro (con responsabilità definite) per portare a regime le 292 apparecchiature ancora mancanti a livello nazionale?;
  • quali partner tecnologici possono aiutarci su formazione, integrazione e governance dell’IA, non solo sul singolo dispositivo?

Il Pnrr, di fatto, ha già cambiato il parco tecnologico della sanità italiana. Ora si gioca la partita più difficile: trasformare macchine collaudate in percorsi di cura migliori, supportati da dati e intelligenza artificiale, e capaci di reggere la pressione di un Paese che invecchia e chiede cure più personalizzate.

Chi userà bene questa finestra non si limiterà a “spendere i fondi”, ma costruirà le basi per una sanità italiana davvero moderna, capace di attrarre professionisti, ridurre disuguaglianze territoriali e parlare la lingua dell’innovazione clinica, non solo quella dei bandi.

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