Open innovation agroalimentare: come AGRITECH 4 cambia le filiere

IA nel Settore Energetico Italiano: Transizione VerdeBy 3L3C

Open innovation agroalimentare e AGRITECH 4: come ricerca, imprese e istituzioni possono rafforzare filiere e vino Made in Italy con AI e co-design.

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Open innovation agroalimentare: come AGRITECH 4 cambia le filiere

Nel 2024 gli investimenti globali in agritech hanno superato i 20 miliardi di dollari. In Italia, però, buona parte del potenziale resta ancora bloccato tra laboratori di ricerca, burocrazia e filiere agroalimentari frammentate.

Ecco perché l’esperienza di AGRITECH 4 Open Innovation a Siena è interessante: mostra come mettere davvero attorno allo stesso tavolo imprese, centri di ricerca, istituzioni e startup e trasformare la tecnologia in progetti che aumentano competitività e sostenibilità delle filiere Made in Italy, vino in testa.

Questo articolo prende spunto dall’iniziativa senese, ma va oltre il resoconto dell’evento: vediamo che cosa significa fare open innovation agroalimentare, perché riguarda direttamente chi lavora nelle filiere italiane (vitivinicolo compreso) e quali passi pratici servono per passare dai convegni ai risultati.


Che cos’è davvero l’open innovation agroalimentare (senza buzzword)

L’open innovation agroalimentare è, in pratica, un modo diverso di fare innovazione in filiera: invece di sviluppare tutto “in casa”, aziende e territori aprono i propri problemi e i propri dati a chi può portare competenze nuove.

In ambito agrifood questo significa mettere in relazione:

  • imprese agricole e cantine (dal piccolo viticoltore alla cooperativa);
  • trasformatori e industria alimentare;
  • distributori, GDO, ristorazione;
  • università, centri di ricerca, competence center;
  • startup agritech, cleantech, digital;
  • istituzioni, Regioni, cluster e consorzi.

L’obiettivo non è solo “fare innovazione”, ma risolvere problemi di filiera:

  • come ridurre consumi idrici e trattamenti in vigneto;
  • come prevenire malattie e stress climatici con dati e AI;
  • come migliorare tracciabilità, certificazioni e adempimenti ESG;
  • come valorizzare gli scarti (vinacce, sottoprodotti) in ottica economia circolare.

La realtà è semplice: nessun attore, da solo, ha tutte le competenze necessarie. L’open innovation serve a colmare proprio questi vuoti.


Obiettivi concreti: competitività, sostenibilità, filiere più forti

L’open innovation agroalimentare non è un esercizio teorico. Quando funziona, produce effetti molto concreti lungo la filiera.

1. Competitività Made in Italy

Per un’azienda vitivinicola o agroalimentare, partecipare a percorsi di open innovation significa:

  • nuovi prodotti: ad esempio vini a minore impatto ambientale, packaging più leggeri, linee “carbon neutral”;
  • margini più alti: meno sprechi, processi più efficienti, migliore pianificazione delle rese;
  • posizionamento di marca: un’azienda che innova in modo credibile su sostenibilità e dati è più interessante per buyer esteri, GDO e finanza.

Chi esporta lo sta già vedendo: i grandi importatori chiedono sempre più spesso dati ESG, tracciabilità e piani di adattamento climatico. Senza innovazione aperta, molte PMI italiane rischiano di restare fuori da queste catene del valore.

2. Sostenibilità misurabile, non solo dichiarata

L’agroalimentare è al centro delle politiche europee su clima e biodiversità. Per stare al passo, serve passare da iniziative spot a progetti misurabili lungo la filiera.

Open innovation, in questo contesto, vuol dire:

  • sviluppare, insieme ai centri di ricerca, indicatori chiari (acqua per litro di vino, emissioni per bottiglia, resa per ettaro vs input);
  • testare soluzioni in campo con sperimentazioni condivise (vigneti pilota, contratti di rete);
  • usare piattaforme digitali per raccogliere e condividere dati tra agricoltori, cantine, consorzi.

3. Attrazione di risorse e finanza

Un ecosistema che lavora in ottica open innovation è più credibile anche verso PNRR, bandi regionali, fondi europei e investitori privati.

Progetti come AGRITECH 4 dimostrano che quando ci sono:

  • una regia regionale (es. Regione Toscana),
  • una rete di trasferimento tecnologico strutturata,
  • e imprese realmente coinvolte nel co-design,

allora i finanziamenti si trasformano in cantieri reali e non restano sulla carta.


AGRITECH 4 Open Innovation: cosa insegna l’esperienza di Siena

AGRITECH 4 Open Innovation, ospitato a Siena, è stato molto più di un convegno: è stato un laboratorio di collaborazione dove aziende, ricercatori e istituzioni hanno lavorato su problemi concreti di filiera.

Il ruolo della ricerca: non solo pubblicazioni, ma prototipi

Università e centri di ricerca coinvolti hanno portato:

  • piattaforme di monitoraggio agricolo con sensori IoT;
  • modelli di intelligenza artificiale per predire rese e malattie;
  • tecnologie per la valorizzazione degli scarti agricoli (biogas, bioplastiche, ingredienti ad alto valore).

La differenza rispetto al passato? Il dialogo inizia dai fabbisogni industriali, non dalla tecnologia in cerca di applicazione. Sono stati i produttori, le cooperative, le aziende di trasformazione a descrivere i propri problemi di campo e di processo.

Il co-design con le imprese: dal “pitch” al progetto

Il cuore dell’iniziativa è stato il co-design:

  • tavoli tematici per filiera (vino, cereali, ortofrutta, latte, ecc.);
  • sessioni di matchmaking tra imprese e gruppi di ricerca/startup;
  • prime ipotesi di progetti pilota e partnership.

Per il settore vitivinicolo, ad esempio, il co-design può portare a progetti su:

  • viticoltura di precisione: sensori, droni e dati satellitari integrati in piattaforme semplici per l’agricoltore;
  • gestione irrigua ottimizzata con modelli previsionali e dati meteo iper-locali;
  • monitoraggio qualità uve per decidere il momento migliore di raccolta e la destinazione (linea premium vs base).

La logica è: meno showcase, più progettazione congiunta.


ReRITT, cluster e distretti: perché fanno la differenza

Uno dei punti chiave emersi a Siena è il ruolo di ReRITT (la rete regionale per il trasferimento tecnologico) e dei cluster regionali.

Detto in modo diretto: senza un soggetto che coordina, l’open innovation resta buona volontà sparsa.

Cosa fanno concretamente queste strutture

Reti come ReRITT e i cluster regionali:

  • mappano laboratori, competenze e tecnologie presenti sul territorio;
  • aiutano le imprese (soprattutto PMI) a capire chi fa cosa e con chi parlare;
  • supportano la costruzione di progetti congiunti (anche a livello di bandi);
  • facilitano la condivisione delle infrastrutture (laboratori, test bed, demo farm).

Per una cantina o un’azienda agricola medio-piccola, significa non doversi barcamenare da sola tra università, bandi e consulenti: c’è un punto di ingresso unico.

Dal laboratorio all’impresa: il tratto di strada più critico

La parte più delicata del trasferimento tecnologico è trasformare un prototipo in prodotto o servizio scalabile. Qui entrano in gioco:

  • startup spin-off nate da università e centri di ricerca;
  • imprese tecnologiche già sul mercato;
  • strumenti finanziari dedicati (fondi regionali, incubatori, acceleratori agrifood).

L’open innovation ben orchestrata fa sì che:

  • il ricercatore non debba improvvisarsi imprenditore;
  • l’imprenditore agricolo non debba capire da solo come industrializzare una tecnologia;
  • gli investitori vedano progetti de-risked, perché già validati in campo.

Matchmaking e co-design: come impostare una collaborazione efficace

Chi lavora nelle filiere agroalimentari, spesso, non sa da dove partire. La buona notizia è che non serve stravolgere l’azienda: basta impostare il percorso con criterio.

1. Partire dai problemi (non dalla tecnologia)

Prima di cercare startup o centri di ricerca, un’impresa dovrebbe chiarire internamente:

  • Quali sono i 3 problemi principali della propria filiera (es. sprechi, rese, costi energetici, gestione manodopera)?
  • Dove mancano dati affidabili per prendere decisioni?
  • Quali sono gli obiettivi di business collegati (più margine, meno rischi, nuovi mercati)?

Questo permette ai partner tecnologici di proporre soluzioni mirate invece di presentazioni generiche.

2. Scegliere partner con logica di filiera

Nell’agroalimentare italiano ha poco senso ragionare per singola azienda isolata. Conviene costruire progetti che coinvolgano:

  • almeno un gruppo di imprese (es. più cantine del territorio o un consorzio);
  • un centro di ricerca con competenze specifiche;
  • eventualmente una startup come motore agile dell’implementazione.

I vantaggi sono evidenti:

  • più massa critica per chiedere fondi;
  • standard comuni di raccolta dati e indicatori;
  • maggior forza contrattuale verso fornitori tecnologici.

3. Definire subito cosa si sperimenta e come si misura

Un buon progetto di open innovation agroalimentare dovrebbe avere, nero su bianco:

  • un perimetro di test chiaro (es. 20 ettari di vigneto, una linea di imbottigliamento, una stagione agraria);
  • indicatori prima/dopo: resa, consumi, tempi, scarti, qualità del prodotto finito;
  • una roadmap temporale divisa in fasi (analisi, prototipo, pilota, scaling).

Senza misurazione, l’innovazione resta storytelling. Con numeri chiari diventa asset strategico.


Prossime sfide: trasferimento tecnologico, alleanze e ruolo dell’AI nel vino

Guardando oltre l’evento di Siena, ci sono tre sfide che decideranno quanto l’open innovation agroalimentare inciderà davvero sulle filiere, in particolare su quella vitivinicola italiana.

1. Portare l’AI dal laboratorio alla vigna

Nel settore vitivinicolo l’AI può già oggi aiutare a:

  • prevedere malattie con giorni di anticipo, usando dati meteo e immagini da sensori;
  • ottimizzare i trattamenti riducendo fitofarmaci e passaggi in campo;
  • simulare scenari di resa in base a scelte agronomiche e condizioni climatiche;
  • correlare dati di campo e dati di cantina per migliorare la costanza qualitativa delle cuvée.

Perché questo accada su larga scala servono:

  • dataset condivisi a livello di consorzi o distretti;
  • piattaforme semplici, pensate per chi lavora in campo, non per data scientist;
  • modelli di business sostenibili (abbonamenti, cooperative digitali, servizi gestiti).

2. Costruire alleanze strategiche tra territori

Il rischio è che ogni regione, ogni consorzio, ogni distretto parta per conto proprio. La sfida vera è creare alleanze tra territori che condividono:

  • infrastrutture digitali;
  • soluzioni AI e agritech adattabili alle diverse colture;
  • competenze di data governance e cybersecurity (tema non banale quando si parla di dati sensibili di produzione).

Chi saprà fare rete su scala più ampia potrà negoziare meglio con i grandi player tecnologici e mantenere il controllo sui propri dati.

3. Formazione: senza persone preparate, nessuna tecnologia funziona

Ho visto molti progetti naufragare non per limiti tecnologici ma per mancanza di competenze nelle aziende.

Per questo l’open innovation agroalimentare deve includere sempre:

  • formazione pratica per agronomi, tecnici di cantina, responsabili di qualità e sostenibilità;
  • figure ponte tra business e tecnologia (innovation manager di filiera);
  • percorsi per giovani talenti che vogliono restare nei territori lavorando su agritech e AI.

Questa è anche un’enorme occasione di attrazione di giovani nelle campagne e nelle cantine, con ruoli ad alto contenuto tecnologico e prospettive interessanti.


Come muoversi adesso: primi passi per imprese e territori

Chi lavora in azienda agricola, in cantina o in un ente territoriale spesso sente che “bisognerebbe fare qualcosa sull’innovazione”, ma non sa da dove partire. Una traccia possibile, ispirata anche all’esperienza di AGRITECH 4:

  1. Mappare i problemi: riunire team interni e identificare 3-5 criticità di filiera su cui avrebbe senso sperimentare.
  2. Parlare con il proprio cluster o rete regionale (o consorzio di tutela): chiedere quali competenze e progetti esistono già.
  3. Partecipare a momenti di matchmaking tra ricerca e imprese nel proprio territorio.
  4. Proporre un piccolo pilota: meglio un progetto concreto di 6-12 mesi che un “piano quinquennale” che non parte mai.
  5. Misurare i risultati e raccontarli: verso clienti, buyer, banche, istituzioni.

Questo approccio pragmatico crea un circolo virtuoso: più risultati misurabili si ottengono, più è facile attrarre nuovi partner e nuove risorse.


L’open innovation agroalimentare, se fatta bene, può diventare una delle leve più potenti per difendere e rafforzare il valore del Made in Italy agroalimentare e vitivinicolo in uno scenario climatico ed economico instabile.

Chi inizierà ora a costruire ecosistemi di collaborazione tra ricerca, imprese e istituzioni si troverà tra pochi anni con filiere più resilienti, prodotti più competitivi e una reputazione solida sul fronte ESG.

La domanda vera non è se l’open innovation arriverà nelle filiere agroalimentari italiane, ma chi vorrà guidarla e chi sarà costretto a inseguire.