Perché difendere la formazione in architettura oggi

IA nel Settore Energetico Italiano: Transizione Verde••By 3L3C

Lo status professionale dell’architetto è sotto pressione. Ecco perché la formazione, l’IA e i cantieri digitali sono decisivi per difendere la qualità del costruito.

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Perché difendere la formazione in architettura oggi

Negli Stati Uniti è in discussione la riclassificazione dell’architettura come laurea non più a carattere professionale. Sembra un dettaglio burocratico, ma non lo è: se l’architetto perde status di professionista, cambia il modo in cui la società percepisce chi progetta gli spazi in cui viviamo.

Questa tensione sta costringendo scuole, ordini e studi a porsi una domanda scomoda: a cosa serve davvero la formazione in architettura? Non solo oltreoceano. In Italia, tra PNRR, cantieri digitali e carenza di tecnici qualificati, il tema di come formiamo gli architetti è centrale per il futuro dei nostri territori, dei nostri condomìni, delle nostre città.

In questo articolo prendo spunto dal dibattito americano per parlare di noi: di scuola di architettura, responsabilità pubblica, competenze digitali e IA nei cantieri italiani. Perché difendere la professione non significa alzare muri corporativi, ma ripensare seriamente come educhiamo chi progetta lo spazio costruito.


1. La posta in gioco: perché lo status professionale conta

La questione è semplice: se l’architettura non è riconosciuta come laurea professionalizzante, l’architetto diventa un “quasi-tecnico”. Questo ha tre conseguenze dirette:

  1. Percezione pubblica: cala l’idea che l’architetto sia una figura responsabile della sicurezza, del comfort e dell’impatto ambientale degli edifici.
  2. Responsabilità tecnica: se il percorso non è strutturato come professionalizzante, è più difficile difendere standard minimi su calcolo, normativa, sostenibilità.
  3. Etica e deontologia: senza una formazione riconosciuta come “professionale”, il codice etico rischia di diventare opzionale, non strutturale.

Questo riguarda da vicino anche l’Italia. Pensiamo a tre temi attualissimi:

  • Superbonus e post-Superbonus: chi firma progetti che valgono milioni, con impatti enormi su bilanci condominiali e qualitĂ  energetica?
  • Sicurezza sismica: in un Paese sismico, ridurre la figura dell’architetto a “creativo” sarebbe irresponsabile.
  • Transizione digitale dei cantieri (BIM, CDE, IA): senza una base professionale forte, la tecnologia diventa solo un gadget, non uno strumento di responsabilitĂ .

L’architetto non progetta solo forme: progetta rischi, costi, tempi, comfort, consumi energetici e impatto sociale. Questo è il cuore del carattere professionale.


2. Dentro la scuola: cosa serve davvero in un corso di architettura

Un corso di architettura ha una propria logica interna: non è un collage di esami, ma un ecosistema dove teoria, tecnica e pratica dovrebbero parlarsi.

Le quattro colonne di una formazione solida

Perché un percorso sia davvero “professionale”, deve reggersi almeno su quattro colonne:

  1. Progetto e composizione
    Laboratori, atelier, revisioni critiche, modelli, rendering. Qui si forma la capacitĂ  di tenere insieme esigenze tecniche, normative, estetiche e sociali in un unico gesto progettuale.

  2. Tecnica e normativa
    Strutture, Fisica tecnica, Costruzioni, Impianti, Sicurezza cantieri, Codice degli appalti. Senza questo, il progetto è un esercizio grafico, non un atto di responsabilità.

  3. Cultura e responsabilitĂ  pubblica
    Storia dell’architettura, urbanistica, sociologia dello spazio. Un edificio non sta nel vuoto: è dentro quartieri, comunità, conflitti sociali.

  4. Digitale e IA per l’edilizia
    BIM, coordinamento digitale, gestione dei dati di cantiere, strumenti di IA per analizzare costi, tempi, rischi. Oggi, senza questi strumenti, il professionista è monco.

La realtà? Molti corsi, in Italia come all’estero, sono sbilanciati: troppa teoria astratta o, al contrario, troppa tecnica slegata da una visione urbana e sociale. Questa incoerenza interna rende più facile, da fuori, mettere in discussione lo status professionale.


3. Welfare pubblico, responsabilità tecnica ed etica dell’architetto

La qualità della formazione in architettura è un tema di welfare pubblico. Non è un fatto corporativo.

Come l’architetto incide sul benessere collettivo

Un buon architetto, formato seriamente, influisce su:

  • SalubritĂ  degli ambienti: luce naturale, ventilazione, qualitĂ  dell’aria interna.
  • Consumi energetici: dispersioni, ponti termici, scelta dei materiali, impianti efficienti.
  • Sicurezza: strutture, percorsi di esodo, antincendio, accessibilitĂ .
  • Inclusione sociale: spazi pubblici fruibili, quartieri che non generano degrado.

Quando la formazione si indebolisce, questi aspetti diventano variabili aleatorie. Si vede nei cantieri mal coordinati, nelle ristrutturazioni improvvisate, nei bonus fiscali usati senza una reale strategia di rigenerazione.

L’etica non è un corso opzionale

Qui entra un punto che spesso viene sottovalutato: l’etica professionale va insegnata come competenza tecnica, non come “chiacchierata” a fine corso.

Parliamo di:

  • Conflitto di interessi con imprese e fornitori
  • Scelta dei materiali rispetto a salute e ambiente
  • Gestione trasparente dei costi con il committente
  • ResponsabilitĂ  nel firmare pratiche, varianti, SAL

Nel contesto italiano del 2020–2025, con i casi di frodi legate ai bonus edilizi, è evidente quanto serva una cultura etica robusta già in università. Qui l’uso della IA nei cantieri può aiutare: tracciare decisioni, documentare scelte, verificare incongruenze, ridurre zone d’ombra.


4. IA, BIM e “cantieri digitali”: cosa dev’essere insegnato oggi

La campagna “IA per l’Edilizia Italiana: Cantieri Digitali” parte da un’idea chiara: il cantiere è ormai uno spazio informativo, non solo fisico. Per difendere lo status professionale, l’architetto deve essere a suo agio dentro questo ambiente digitale.

Competenze digitali minime per un architetto che entra in studio

Un giovane laureato che arriva in uno studio, o in un’impresa, dovrebbe saper fare almeno questo:

  • Lavorare in ambiente BIM (non solo Revit come “CAD 3D”, ma gestione delle informazioni).
  • Leggere e gestire un modello informativo di edificio (BIM) con viste per strutture, impianti, computi.
  • Utilizzare strumenti di coordinamento digitale di cantiere: segnalazione interferenze, gestione RFI, varianti.
  • Sfruttare strumenti di IA per:
    • analizzare normative e verifiche di conformitĂ ,
    • stimare costi e tempi a partire da un modello,
    • controllare coerenza tra progetto esecutivo, capitolati e SAL.

Queste non sono “skills da nerd”, ma nuove forme di responsabilità professionale. Un progettista che sa leggere dati, simulazioni e scenari supportati dall’IA è in grado di:

  • motivare le scelte progettuali davanti al committente;
  • ridurre errori di coordinamento fra architettonico, strutturale e impiantistico;
  • gestire meglio rischi e varianti in cantiere.

Dal laboratorio universitario al cantiere reale

Un percorso formativo serio dovrebbe prevedere almeno un laboratorio integrato progettazione + BIM + cantiere digitale, con:

  • un caso reale (riqualificazione di edificio scolastico, condominio, piccolo ospedale);
  • modello BIM condiviso tra gruppi-studenti che simulano architetto, strutturista, impiantista;
  • uso di strumenti di IA per controlli di coerenza, simulazioni energetiche, stime economiche;
  • revisione con professionisti esterni (studi, imprese, stazioni appaltanti).

Quando uno studente vive questa esperienza, capisce che “digitale” non vuol dire solo disegnare più in fretta, ma assumersi responsabilità su costi, tempi e rischi in modo tracciabile.


5. Come allineare università, ordini e imprese (e perché conviene a tutti)

Per difendere la natura professionale dell’architettura, serve un patto tra tre attori: università, ordini professionali, filiera dell’edilizia.

Cosa può fare l’università

  • Rivedere i piani di studio per inserire moduli strutturati su BIM, gestione dati e IA per l’edilizia.
  • Rafforzare i corsi su normativa, appalti pubblici, sicurezza, agganciandoli a casi reali.
  • Introdurre laboratori di progettazione integrata dove il progetto si misura con vincoli economici e costruttivi, non solo formali.

Cosa possono fare gli ordini professionali

  • Definire standard minimi di competenze digitali per i nuovi iscritti.
  • Offrire formazione continua focalizzata su cantieri digitali, responsabilitĂ  etica e IA.
  • Difendere pubblicamente lo status professionale non in modo difensivo, ma mostrando il valore sociale dell’architetto.

Cosa può fare la filiera (studi, imprese, PA)

  • Attivare tirocini veri, in cui lo studente vede modelli BIM, varianti, SAL, riunioni di coordinamento.
  • Coinvolgere le universitĂ  in progetti pilota di cantieri digitali finanziati da PNRR e bandi locali.
  • Chiedere competenze chiare ai giovani (BIM, IA, normativa), ma in cambio investire nella loro crescita.

La realtà? Molte imprese lamentano la mancanza di tecnici formati, ma offrono tirocini in cui il giovane passa mesi a sistemare tavole o rinominare file. Non funziona. Se vogliamo cantieri digitali e professionisti all’altezza, dobbiamo cambiare questa dinamica.


6. Difendere la professione significa alzare l’asticella, non i muri

La discussione americana sulla riclassificazione dell’architettura come laurea non professionale è un campanello d’allarme anche per noi. Ci ricorda che una professione perde valore non quando arrivano nuove tecnologie, ma quando smette di prendersi sul serio.

Per l’architettura questo vuol dire:

  • pretendere percorsi formativi coerenti, non confusi o sbilanciati;
  • mettere al centro tecnica, etica e digitale come parti della stessa responsabilitĂ  pubblica;
  • usare IA, BIM e cantieri digitali non per “fare scena”, ma per progettare meglio, rischiare meno, spiegare di piĂą a chi usa gli edifici.

Se sei un docente, un progettista, un’impresa o uno studente, la domanda chiave oggi è:

Che cosa sto facendo, concretamente, perché chi progetta gli spazi in cui vivremo tra 10 anni sia davvero un professionista, e non solo un disegnatore avanzato?

Chi inizierà a rispondere sul serio a questa domanda avrà un vantaggio enorme nei prossimi anni di trasformazione dell’edilizia italiana.