COP30, fossili e Italia: cosa cambia davvero

IA nel Settore Energetico Italiano: Transizione VerdeBy 3L3C

COP30 non ha fissato una vera roadmap anti-fossili. Per l’Italia questo è un test: rinnovabili, reti intelligenti e IA possono diventare la nostra roadmap de facto.

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COP30, fossili e Italia: cosa cambia davvero

Ottanta Paesi favorevoli, ottanta contrari, alcuni addirittura in entrambe le liste. La chiusura della COP30 a Belém non ha solo lasciato l’amaro in bocca per l’assenza di una vera roadmap di uscita dai combustibili fossili: ha mostrato quanto il processo negoziale sia ancora opaco, frammentato e vulnerabile alle letture superficiali.

Questo conta eccome per l’Italia e per chi lavora nella transizione energetica. Perché mentre la diplomazia litiga sulle parole, imprese, utility e territori devono prendere decisioni concrete su investimenti, tecnologie, digitalizzazione delle reti, uso dell’intelligenza artificiale nel settore energetico. E lo devono fare oggi, non nel 2035.

In questo articolo mettiamo ordine: chi era davvero favorevole e chi contrario alla roadmap sui combustibili fossili alla COP30 2025, che ruolo ha avuto l’Italia, come si collocano Cina e India. E soprattutto: cosa significa tutto questo per la transizione verde italiana e per chi sta già usando l’IA per pianificare reti, integrare rinnovabili e ridurre la dipendenza dai fossili.


1. COP30 e combustibili fossili: cosa è successo davvero

L’esito politico è chiaro: alla COP30 non è passata una tabella di marcia vincolante per l’uscita dalle fonti fossili. Ma la narrativa dei “84 Paesi che hanno bloccato l’accordo” semplifica troppo e, in parte, è proprio sbagliata.

L’analisi successiva ai negoziati ha messo in luce tre punti chiave:

  1. Lista contraddittoria: almeno 14 Paesi comparivano sia tra i favorevoli che tra i contrari alla roadmap.
  2. Economie meno sviluppate non contrarie: il blocco dei Paesi meno sviluppati (LDCs) era stato inserito tra gli oppositori, ma ha chiarito di non essersi opposto alla roadmap.
  3. Comunicazioni interne fuorvianti: la presidenza brasiliana ha parlato in una riunione riservata di “80 Paesi favorevoli e 80 contrari”, ma quella fotografia non rispecchia le sfumature reali.

Questo caos numerico non è solo un dettaglio. Mostra che la spaccatura vera non è tra “buoni contro cattivi”, ma tra:

  • Paesi produttori di idrocarburi che puntano a rallentare o annacquare la roadmap;
  • Paesi vulnerabili al clima che chiedono una data chiara per l’uscita dai fossili;
  • grandi economie che vogliono mantenere margini di flessibilità sulle traiettorie nazionali.

Per chi lavora nella pianificazione energetica, questo si traduce in un messaggio semplice: il quadro globale resterà ambiguo ancora per anni. Chi aspetta “certezza regolatoria totale” per iniziare a decarbonizzare, arriverà fuori tempo massimo.


2. Italia assente dalla lista: opportunità o segnale di debolezza?

Nel quadro di COP30, l’elemento più spinoso per noi è che l’Italia non appare né tra i favorevoli né tra i contrari alla roadmap di uscita dai combustibili fossili.

Cosa significa questa “assenza”

  • Non siamo nel gruppo dei Paesi che hanno spinto esplicitamente per una roadmap chiara.
  • Non siamo nemmeno etichettati tra gli oppositori dichiarati.
  • Altri tre Stati UE (Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria) risultano invece nella lista dei contrari.

L’Unione Europea, guidata politicamente dalla Danimarca nei negoziati, ha tenuto una linea ufficiale pro-roadmap. Ma sappiamo bene che all’interno dell’UE la convergenza è tutt’altro che scontata, e il faticoso processo sull’obiettivo climatico 2040 lo dimostra.

La posizione italiana “non pervenuta” sulla roadmap fossili si riflette in tre nodi:

  1. Strategia energetica ancora troppo centrata sul gas, considerato ponte ma spesso trattato come soluzione strutturale.
  2. Ritardi strutturali su autorizzazioni e grid parity, nonostante il potenziale enorme di fotovoltaico, eolico e accumulo.
  3. Uso ancora timido di digitalizzazione e IA per orchestrare la transizione (previsione domanda/offerta, flessibilità, manutenzione predittiva, demand response).

Per il sistema Paese, questo ambiguità è rischiosa. Non avere una linea chiara sui fossili significa:

  • mandare segnali deboli agli investitori su tempi e profondità della decarbonizzazione;
  • rallentare lo sviluppo di filiere avanzate (rinnovabili, accumuli, idrogeno verde, servizi digitali e IA applicata all’energia);
  • lasciare spazio ad altri Paesi europei nel ruolo di hub tecnologico della transizione verde digitale.

La buona notizia? Proprio perché il quadro politico è grigio, chi si muove ora su rinnovabili e IA energetica ha un vantaggio competitivo enorme.


3. Chi ha davvero frenato: economie vulnerabili, Africa, Turchia

L’analisi post-COP30 ha chiarito che molti “presunti oppositori” alla roadmap fossili in realtà:

  • chiedevano un’uscita dai combustibili fossili, ma con forte sostegno finanziario e tecnologico;
  • non avevano espresso un veto formale;
  • sono stati trascinati nel blocco dei contrari per dinamiche diplomatiche interne.

Economie meno sviluppate: non sono il problema

Il gruppo delle economie meno sviluppate (LDCs) aveva definito l’abbandono dei combustibili fossili come azione urgente per tenere vivo l’obiettivo di 1,5 °C. Alcuni, come il Nepal, hanno persino sostenuto attivamente la roadmap.

Questo smonta un mito comodo: non sono i Paesi poveri a frenare la transizione. Anzi, sono spesso quelli che chiedono maggiore ambizione, perché sono in prima linea sugli impatti climatici.

Il caso Africa: posizioni più sfumate di quanto sembri

Nel gruppo africano si è creata una forte confusione. Durante una riunione chiusa, la presidenza tanzaniana ha dichiarato che i 54 membri africani erano allineati al gruppo arabo, contrario alla roadmap. Poco dopo, diversi governi africani hanno smentito: sostenevano l’eliminazione graduale dei combustibili fossili.

Qui emerge anche la dimensione geopolitica: la Tanzania ha accordi energetici con l’Arabia Saudita per lo sfruttamento delle sue riserve di gas. Questo peso contrattuale si è riflesso nella posizione negoziale.

Per chi guarda alla transizione da un punto di vista industriale, la lezione è netta:

Le scelte sul fossile non sono solo climatiche, ma profondamente geoeconomiche.

Chi sviluppa soluzioni di IA per il sistema energetico deve comprendere queste dinamiche: i modelli di previsione della domanda di gas, la pianificazione degli investimenti in rinnovabili e storage, l’ottimizzazione delle reti non possono ignorare gli equilibri geopolitici.


4. Cina e India: perché non hanno “affossato” la transizione

Molti commenti superficiali hanno raccontato una Cina e un’India “contro” l’uscita dai fossili. In realtà le loro posizioni sono più sottili.

Cina: sì alla transizione, ma narrata in modo diverso

La Cina ha riconosciuto di aver frenato passi più decisi su una formulazione dura contro i combustibili fossili. Ma ha anche specificato un punto cruciale:

la narrativa sulla transizione sarebbe più condivisibile se centrata sulla crescita delle energie rinnovabili, più che sul divieto dei fossili.

Tradotto: Pechino preferisce un linguaggio che enfatizzi gli obiettivi positivi (espansione di rinnovabili, efficienza, reti intelligenti) invece di un elenco di divieti.

È un’impostazione discutibile dal punto di vista climatico, ma strategicamente coerente con ciò che la Cina sta facendo:

  • giganteschi investimenti in fotovoltaico, eolico, batterie;
  • sperimentazione avanzata di IA per la gestione di reti elettriche ultra-complesse;
  • leadership sulla manifattura di tecnologie chiave per la transizione.

India: percorsi differenziati, non un modello unico

L’India non si è opposta frontalmente alla roadmap fossili, ma ha insistito sull’idea di percorsi differenziati per Paesi diversi.

In pratica, Nuova Delhi non accetta un’unica traiettoria standard di uscita dai fossili per tutti, perché:

  • i livelli di sviluppo sono profondamente diversi;
  • la povertà energetica resta un tema centrale;
  • la sicurezza energetica è percepita come condizione minima per qualsiasi impegno climatico.

Per l’Italia c’è una lezione molto precisa: se anche grandi economie emergenti rifiutano un modello “one size fits all”, noi non possiamo pensare di gestire la transizione con strumenti rigidi e poco intelligenti.

Qui l’intelligenza artificiale applicata all’energia fa la differenza, perché permette di:

  • costruire scenari differenziati per territori, reti e settori industriali;
  • simulare costi, benefici e rischi di diversi mix energetici;
  • pianificare l’uscita dal fossile in modo realistico, graduale ma coerente con la traiettoria climatica.

5. Cosa significa COP30 per la transizione energetica italiana

Se ci limitiamo alla diplomazia, COP30 sembra solo l’ennesima occasione mancata. Ma per chi lavora su progetti concreti la vera domanda è: in che modo questo contesto influenza le scelte operative in Italia nel 2026-2030?

La risposta, onestamente, è meno drammatica di quanto sembri: l’assenza di una roadmap globale non blocca la transizione italiana, la rende solo più responsabilizzante.

Tre conseguenze pratiche per il sistema energetico italiano

  1. Più responsabilità nazionale
    Senza una tabella di marcia “calata dall’alto”, la traiettoria italiana su gas, carbone residuo, oil & gas diventa una scelta politica ed economica interna. Qui entrano in gioco:

    • PNIEC e sue revisioni;
    • strategie delle grandi utility;
    • politiche industriali su rinnovabili, storage, idrogeno.
  2. Rischio di lock-in fossile se non si accelera sulla digitalizzazione
    Se continuiamo a trattare la rete elettrica come una semplice “autostrada” e non come un sistema intelligente gestito da IA, saremo tentati di tenere più gas del necessario per paura della non programmabilità delle rinnovabili.

  3. Vantaggio competitivo per chi investe in IA energetica
    Le aziende che oggi implementano sistemi di:

    • previsione dei carichi e della generazione rinnovabile con modelli di IA;
    • manutenzione predittiva su impianti e reti;
    • gestione intelligente di accumuli e demand response; si troveranno tra 5 anni con un portafoglio energetico molto meno esposto al rischio regolatorio sui fossili.

Dove l’IA può concretamente aiutare l’uscita dai fossili in Italia

Nella serie “IA nel Settore Energetico Italiano: Transizione Verde” abbiamo già visto che l’intelligenza artificiale è lo strumento che consente a reti e impianti di reggere la decarbonizzazione. Applicata al contesto post-COP30, l’IA può:

  • Ridurre il bisogno di capacità fossile di backup grazie a previsioni molto più accurate di produzione da fotovoltaico ed eolico e della domanda.
  • Ottimizzare i flussi sulle reti di distribuzione, evitando congestioni e rendendo più facile connettere nuovi impianti rinnovabili.
  • Valutare in tempo reale il costo marginale del kWh fossile vs rinnovabile, guidando le decisioni di dispacciamento verso le opzioni meno emissive.
  • Supportare il phase-out locale di impianti fossili con simulazioni di scenario su sicurezza di rete, qualità del servizio e impatto tariffario.

La realtà è che, anche senza una data precisa di phase-out a livello ONU, chi in Italia combina rinnovabili, reti intelligenti e IA sta già costruendo, di fatto, la propria roadmap di uscita dai combustibili fossili.


Conclusione: la vera roadmap la scriviamo noi

COP30 non ha regalato la frase che molti speravano: una chiara scadenza globale per l’uscita dai combustibili fossili. La lista confusa di Paesi favorevoli e contrari, le posizioni sfumate di Cina, India, Africa e LDCs mostrano un sistema internazionale che fatica a mettersi d’accordo perfino sul linguaggio.

Per l’Italia questa incertezza non è una scusa, è uno stress test. O continuiamo a rimandare scelte chiare su gas, rinnovabili e digitalizzazione delle reti, o accettiamo che la nostra roadmap di transizione verde la costruiamo noi, giorno per giorno, progetto per progetto.

Chi lavora già con IA nel settore energetico lo sa: gli algoritmi non aspettano le COP, lavorano sui dati che abbiamo oggi. La domanda vera è quanto velocemente saremo in grado, come sistema Paese, di trasformare questa capacità tecnologica in meno combustibili fossili bruciati, meno CO₂ in atmosfera e più sicurezza energetica.

Se la diplomazia internazionale resta lenta, tanto vale usare questo tempo per attrezzarci meglio. Il margine di manovra c’è, e la combinazione di rinnovabili, infrastrutture intelligenti e intelligenza artificiale è lo strumento più potente che abbiamo per riempire il vuoto lasciato da COP30.