COP30, fossili e Italia: cosa cambia per energia e IA

IA nel Settore Energetico Italiano: Transizione VerdeBy 3L3C

Alla COP30 salta la roadmap globale sui fossili. Ecco cosa significa per l’Italia e come IA e dati possono guidare la transizione energetica senza aspettare l’ONU.

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COP30, fonti fossili e Italia: perché questa partita ci riguarda da vicino

Ottanta Paesi favorevoli, ottanta contrari. È il numero che ha bloccato la roadmap per l’uscita dai combustibili fossili alla COP30 di Belém, in Brasile. Ma quell’elenco si è rivelato pieno di errori, contraddizioni e interessi incrociati.

Questo stallo non è solo diplomazia climatica: per l’Italia significa incertezza su investimenti, politiche industriali e, soprattutto, sul ritmo della transizione energetica. E per chi lavora nel settore energia – dalle utility alle ESCo, fino alle startup – significa dover pianificare nel buio, proprio mentre intelligenza artificiale e dati potrebbero accelerare la decarbonizzazione.

In questo articolo riprendiamo i punti chiave emersi dalla COP30 sulla rinuncia alle fonti fossili, chiarendo chi era davvero contrario, dove si colloca l’Italia e cosa possono fare oggi aziende e operatori italiani sfruttando l’IA nel settore energetico per non restare fermi in attesa del “prossimo accordo ONU”.


1. COP30 e combustibili fossili: cosa è davvero successo

La COP30 avrebbe dovuto trasformare in pratica ciò che alla COP28 di Dubai era rimasto sul piano delle intenzioni: una tabella di marcia chiara per l’uscita da petrolio, gas e carbone. Non è andata così.

La presidenza brasiliana ha fatto circolare, in modo informale, un conteggio: circa 80 Paesi favorevoli a includere una roadmap per l’abbandono dei combustibili fossili e 80 contrari. Da qui la narrativa dello “stallo perfetto”. L’analisi successiva, però, ha evidenziato tre elementi cruciali:

  1. 14 Paesi comparivano sia tra i favorevoli che tra i contrari.
  2. Le economie meno sviluppate (LDC) sarebbero state inserite tra i contrari, nonostante fossero in realtà tra i sostenitori di un’azione urgente sui fossili.
  3. Nella lista dei contrari figuravano anche Paesi che hanno poi smentito, come la Turchia, futura co-presidente della COP31.

Il risultato politico è chiaro: nessuna roadmap globale vincolante per l’uscita dai fossili. Ma il messaggio di fondo è un altro: la spaccatura non è più solo fra “ricchi” e “poveri”, bensì fra governi che vedono nella transizione un vantaggio competitivo e governi ancora ancorati alle rendite fossili.

Per il sistema energetico italiano questo significa una cosa semplice: niente binario unico imposto dall’ONU, ma necessità di costruirsi una traiettoria nazionale credibile, dove pianificazione, digitalizzazione e intelligenza artificiale diventano l’unico modo serio per ridurre rischi e costi.


2. Chi era davvero favorevole (e chi no) alla rinuncia ai fossili

La fotografia politica di Belém è molto meno lineare di un “pro-fossili vs anti-fossili”.

2.1 Economie meno sviluppate e Paesi africani

Le economie meno sviluppate (LDC), prese come blocco, sono state descritte come ostacolo alla roadmap. In realtà:

  • nei loro documenti preparatori avevano definito l’abbandono dei combustibili fossili come “azione urgente” per restare entro 1,5 °C;
  • alcuni Paesi, come il Nepal, hanno spinto attivamente per una roadmap più forte;
  • diversi Stati africani hanno contestato l’idea di essere automaticamente allineati al gruppo arabo, contrario alla roadmap.

Il punto politico è chiaro: molti Paesi vulnerabili non rifiutano l’uscita dai fossili, chiedono però finanza, trasferimento tecnologico e accesso a rinnovabili e reti moderne. Senza questi elementi, la transizione resta retorica.

2.2 Il nodo africano e gli interessi sul gas

La confusione è esplosa quando il rappresentante della Tanzania, presidente del gruppo africano, ha dichiarato che tutti i 54 Stati erano allineati con il fronte contrario alla roadmap. Ma diversi governi africani hanno poi fatto sapere che non condividevano quella posizione.

Un dettaglio pesante: Tanzania e Arabia Saudita hanno accordi sullo sfruttamento delle riserve di gas tanzaniane. Qui si vede bene come interessi fossili, geopolitica e narrativa climatica si intreccino.

Per chi lavora nell’energia in Italia, questa dinamica non è astratta: molte utility italiane hanno ancora esposizione in progetti gas in Africa e nel Mediterraneo. Continuare a investire in infrastrutture fossili senza integrare analisi di scenario supportate da IA (sui prezzi della CO₂, sul rischio regolatorio, sulla volatilità della domanda) significa giocare d’azzardo con il proprio bilancio a 10-20 anni.


3. Cina, India e la battaglia sulle parole (e sulle tecnologie)

La posizione di Cina e India alla COP30 è stata raccontata come ostile alla rinuncia alle fonti fossili. La realtà è più sfumata.

3.1 La Cina: meno focus su “phase-out”, più su rinnovabili

Dopo la chiusura dei negoziati, la Cina ha rivendicato di aver bloccato passi più decisi sull’abbandono dei combustibili fossili. Ma ha anche indicato un’alternativa: spostare la narrativa su espansione di rinnovabili e tecnologie pulite, invece che sul solo “phase-out”.

Questa linea è coerente con la strategia interna cinese: massiccio sviluppo di

  • fotovoltaico e eolico,
  • reti intelligenti,
  • soluzioni digitali e IA per gestione di sistema e previsione produzione,

pur mantenendo ancora una quota significativa di carbone nel mix.

3.2 L’India: no a percorsi climatici uniformi

L’India non si è formalmente opposta, ma ha chiarito di non voler accettare un percorso unico uguale per tutti. La logica è: stessi obiettivi di lungo periodo, ma traiettorie differenziate a seconda di sviluppo economico, struttura industriale e fabbisogno energetico.

È una posizione scomoda per chi vorrebbe un testo negoziale netto, ma è realistica: le traiettorie di decarbonizzazione sono per definizione country-specific. Ed è esattamente qui che l’intelligenza artificiale nel settore energetico fa la differenza: permette di simulare scenari, ottimizzare mix produttivo, valutare impatti su occupazione e costi, adattando la transizione alle condizioni di ogni Paese.

L’Italia, che ha un sistema elettrico già relativamente decarbonizzato ma un pesante consumo di gas in industria e residenziale, ha bisogno di questo tipo di strumenti più di altri.


4. L’Italia “non pervenuta”: perché è un problema (e un’opportunità)

Nel quadro informale di Belém, l’Italia non compariva né tra i favorevoli né tra i contrari alla roadmap sui combustibili fossili. Una sorta di zona grigia, affiancata dalla Polonia. Tra i presunti oppositori spuntavano invece Bulgaria, Repubblica Ceca e Ungheria.

L’Unione Europea, come blocco, è arrivata alla COP30 con una posizione ambiziosa: includere esplicitamente una roadmap per la transizione dai fossili. Ma l’iter tormentato dell’obiettivo climatico al 2040 dimostra che la compattezza interna è tutt’altro che scontata.

Perché l’assenza di una posizione italiana chiara è un problema?

  • perché manda un segnale di incertezza agli investitori;
  • perché rallenta la definizione di politiche stabili su rinnovabili, reti, storage;
  • perché indebolisce il ruolo dell’Italia in un’Europa che sta ridisegnando mercato elettrico, ETS e standard industriali.

La parte positiva? Questa incertezza politica apre spazio alle imprese più lungimiranti per muoversi prima della regolazione, costruendo vantaggi competitivi su tre fronti:

  1. Elettrificazione e rinnovabili integrate con accumuli.
  2. Efficienza energetica avanzata in industria e building.
  3. Digitalizzazione e IA applicata all’energia per ridurre costi, rischi e emissioni.

Chi aspetta che “Bruxelles o Roma decidano tutto” fra qualche anno rischia di ritrovarsi fuori mercato.


5. Come l’IA può guidare la transizione italiana, anche senza una roadmap ONU

L’assenza di una roadmap globale sui combustibili fossili non impedisce all’Italia di accelerare la transizione. Anzi, rende ancora più strategico sfruttare intelligenza artificiale e dati per prendersi meno rischi e spendere meglio.

5.1 Pianificare l’uscita dai fossili con scenari data-driven

La domanda chiave per aziende energetiche, grandi consumatori e pubbliche amministrazioni è: quanto e quando ridurre la dipendenza da gas e petrolio, senza perdere competitività o sicurezza di fornitura?

Con l’IA è possibile:

  • costruire modelli previsionali di domanda energetica per settore, ora per ora;
  • simulare scenari di prezzo di gas, CO₂ e elettricità su orizzonti di 10-20 anni;
  • valutare gli impatti economici di diverse strategie (più rinnovabili, più efficienza, più accumulo) su CAPEX, OPEX ed emissioni.

In pratica, si passa da decisioni prese “a sensazione” a pianificazione quantitativa della decarbonizzazione.

5.2 Integrazione rinnovabili–rete: il ruolo dell’IA per il sistema italiano

Uno dei motivi per cui la roadmap fossili alla COP30 è saltata riguarda la paura di perdere stabilità di sistema. Nel contesto italiano, dove fotovoltaico ed eolico sono in forte crescita, la risposta tecnica è chiara:

  • reti più intelligenti,
  • accumuli ben posizionati,
  • gestione dinamica della domanda.

L’IA qui non è un vezzo tecnologico, ma uno strumento operativo per:

  • fare previsioni di produzione fotovoltaica ed eolica più accurate (riducendo costi di bilanciamento);
  • ottimizzare in tempo reale l’utilizzo di batterie e demand response;
  • individuare colli di bottiglia di rete prima che diventino emergenze.

Per un DSO o una multiutility italiana, questo si traduce in meno investimenti “a tappeto” e più investimenti mirati, giustificabili anche in contesti regolatori ancora in evoluzione.

5.3 Efficienza energetica e IA: ridurre consumi fossili dall’interno

Finché non esiste una data globale per l’uscita dai fossili, la leva più rapida è consumare meno. Qui le tecnologie digitali stanno già cambiando il gioco:

  • sistemi di monitoraggio avanzato con IA per identificare sprechi in impianti industriali, reti di teleriscaldamento, edifici complessi;
  • modelli predittivi che suggeriscono ottimizzazioni di setpoint, orari, carichi;
  • manutenzione predittiva su caldaie industriali, cogeneratori, compressori, con riduzione dei consumi di gas tra il 5 e il 15%.

Non servono nuove leggi ONU per mettere in piedi questi progetti. Servono tre cose molto concrete:

  1. dati energetici di buona qualità (misure, storico consumi, profili di carico),
  2. strumenti di analisi avanzata (IA, machine learning, piattaforme IoT),
  3. competenze interne o partner in grado di tradurre i numeri in decisioni operative.

Chi sta già lavorando così, in Italia, si è messo al riparo da buona parte della volatilità del gas degli ultimi anni.


6. Cosa fare adesso: da spettatori della COP30 ad attori della transizione

La lezione di Belém è scomoda ma utile: se aspettiamo che la diplomazia globale definisca il percorso perfetto, perdiamo tempo prezioso. La transizione energetica, per un Paese come l’Italia, si giocherà su ciò che facciamo nei prossimi cinque-dieci anni, non su una riga in più o in meno in un testo negoziale.

Per chi opera nel settore energetico italiano, le mosse concrete oggi sono:

  • Mappare la dipendenza da fossili (diretta e indiretta) di impianti, stabilimenti e portafogli clienti.
  • Costruire scenari interni di decarbonizzazione supportati da IA: mix rinnovabili, efficienza, accumuli, elettrificazione.
  • Avviare progetti pilota di IA per previsione consumi, ottimizzazione impianti e manutenzione predittiva.
  • Integrare gli obiettivi climatici aziendali con metriche di rischio e ritorno economico, non solo di reputazione.

La realtà è più semplice di quanto sembra: non ci serve una roadmap perfetta per smettere di investire in soluzioni superate e iniziare a costruire un sistema energetico più pulito, più digitale e più resiliente.

La COP30 ha mostrato i limiti della politica internazionale sulle fonti fossili. La transizione verde italiana, invece, dipende da quanto velocemente sapremo trasformare IA, dati e innovazione energetica in decisioni quotidiane. Chi comincia ora, mentre il dibattito globale è ancora impantanato, avrà un vantaggio competitivo che durerà a lungo.