Automazione aperta e IA: 11 milioni di euro che l’industria spreca

IA nel Settore Energetico Italiano: Transizione VerdeBy 3L3C

I sistemi di automazione chiusi costano fino al 7,5% dei ricavi. Ecco come automazione aperta e IA possono recuperare 11,28 mln l’anno e accelerare la transizione verde.

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Mostre aziende stanno ancora regalando fino al 7,5% del fatturato a causa di sistemi di automazione industriale vecchi, chiusi e difficili da aggiornare. Tradotto: per un sito produttivo medio, oltre 11,28 milioni di dollari l’anno che evaporano tra fermi impianto, inefficienze e adeguamenti normativi gestiti male.

Questo pesa ancora di più in Italia, dove la manifattura è il cuore dell’economia e la transizione energetica richiede impianti flessibili, efficienti e pronti a integrare IA, dati e rinnovabili. Continuare a lavorare con architetture hardware-centriche e proprietarie non è solo un limite tecnologico: è un freno diretto alla competitività e alla decarbonizzazione.

In questo articolo vediamo dove nascono questi costi nascosti, perché l’automazione aperta e software-centrica è la strada giusta, e come l’intelligenza artificiale può trasformare la modernizzazione degli impianti in un acceleratore della transizione energetica italiana.


Perché i sistemi di automazione chiusi bruciano l’11,28 mln l’anno

Il punto è semplice: i sistemi di automazione chiusi e rigidi non reggono più i ritmi di mercato, delle normative e della trasformazione energetica.

La ricerca Omdia per Schneider Electric quantifica il problema:

  • per un’azienda manifatturiera di medie dimensioni, i sistemi tradizionali costano in media il 7,5% dei ricavi annui;
  • nelle grandi imprese, le perdite arrivano a 45,18 milioni di dollari l’anno;
  • per le realtà più piccole, l’impatto può toccare addirittura il 25% dei ricavi.

Questi numeri non sono “solo” un tema IT o OT. In uno stabilimento che vuole:

  • ridurre consumi energetici,
  • integrare fotovoltaico, accumulo, demand response,
  • usare IA per manutenzione predittiva e ottimizzazione dei cicli produttivi,

ogni ora di fermo e ogni vincolo imposto da hardware proprietario significa meno produzione, più emissioni e meno margine.


Le quattro aree di costo nascosto: dove i soldi spariscono davvero

Secondo Omdia, gli 11,28 milioni di dollari di costo medio annuo si distribuiscono in quattro grandi aree. Capirle è il primo passo per costruire un business case di modernizzazione credibile, anche davanti al CFO.

1. Agilità e resilienza: 6,1 milioni di dollari

Qui si concentra oltre la metà del danno economico.

  • Nel 77,4% dei casi, ogni modifica richiede aggiornamenti fisici: sostituire moduli, schede, PLC, cablaggi.
  • Nei grandi impianti, il costo di fermo impianto varia da 25.000 a 250.000 dollari l’ora.

In pratica, una variazione di layout, l’introduzione di una nuova linea, oppure l’integrazione di un impianto fotovoltaico o di un sistema di accumulo diventano progetti lunghi, costosi e rischiosi. Questo riduce la capacità di:

  • reagire alla volatilità della domanda;
  • adattare la produzione a lotti più piccoli e personalizzati;
  • sperimentare nuove logiche di efficienza energetica e demand response.

2. Inefficienze operative e manutenzione: 2,28 milioni di dollari

I sistemi legacy sono spesso un mosaico di piattaforme diverse:

  • da 2 a oltre 10 piattaforme di automazione per azienda;
  • ciascuna con software, firmware, contratti di assistenza e competenze specifiche.

Risultato:

  • manutenzione lenta e costosa;
  • dipendenza forte dai fornitori (il 30% degli interventi richiede supporto specialistico);
  • difficoltà a trovare tecnici con skill aggiornate.

Se si aggiunge la spinta verso la manutenzione predittiva basata su IA, la situazione peggiora:

  • senza dati omogenei,
  • senza accesso standardizzato agli asset,
  • senza integrazione tra IT e OT,

molti algoritmi restano progetti pilota che non scalano mai davvero.

3. Qualità e gestione dati: 1,2 milioni di dollari

Qui entra in gioco in modo diretto l’IA.

La ricerca evidenzia che:

  • solo il 28% delle aziende ha accesso a insight in tempo reale;
  • circa la metà delle imprese dichiara che tra il 20% e il 39% dei dati critici non è disponibile in tempo reale.

Per un’azienda che vuole usare intelligenza artificiale per ottimizzare consumi, setpoint, linee produttive, questo significa una cosa sola:

i modelli lavorano su dati parziali, sporchi o in ritardo.

Conseguenze tipiche:

  • scarti di produzione più alti;
  • più rilavorazioni;
  • parametri energetici non ottimizzati;
  • difficoltà a certificare prestazioni ESG e KPI energetici.

4. Sostenibilità e compliance normativa: 1,7 milioni di dollari

Ogni nuova norma su sicurezza macchine, cybersecurity, efficienza energetica, emissioni tende a tradursi, con sistemi chiusi, in:

  • nuovi hardware da installare;
  • firmware da aggiornare manualmente;
  • audit lunghi, basati su report estratti a mano.

Questo genera:

  • costi diretti (nuove apparecchiature, consulenze, aggiornamenti);
  • costi indiretti (fermi, test, formazione);
  • rischio reputazionale e sanzioni se qualcosa non è allineato.

Per chi gestisce impianti energivori in Italia, nel pieno dell’attuazione degli obiettivi 2030 e delle richieste di reporting ESG sempre più stringenti, continuare con questo modello è semplicemente insostenibile.


Dal legacy all’automazione aperta: che cosa cambia davvero

La ricerca Omdia individua una direttrice chiara: passare da sistemi hardware-centrici chiusi a un’automazione aperta e software-centrica.

In pratica, significa:

  • disaccoppiare software e hardware;
  • adottare architetture aperte e interoperabili;
  • standardizzare l’accesso ai dati OT;
  • sfruttare piattaforme che integrano nativamente IA, analitiche e manutenzione predittiva.

Benefici chiave per l’industria (e per la transizione energetica)

  1. Flessibilità multi-vendor
    Non si è più “prigionieri” di un’unica piattaforma. È possibile:

    • integrare componenti di fornitori diversi;
    • sostituire moduli hardware obsoleti senza riscrivere tutto il software;
    • espandere l’impianto in modo modulare.
  2. Adattabilità a mercati e produzione variabile
    Lotti piccoli, personalizzazione spinta, mercati instabili: con un’automazione aperta si riconfigurano linee e ricette di produzione molto più velocemente, anche in logica just in time energetico (spostare i cicli più energivori nelle fasce con energia rinnovabile abbondante o prezzi più bassi).

  3. Riduzione del gap di competenze
    Piattaforme più intuitive, ambienti di sviluppo standard, interfacce web-based riducono la barriera all’ingresso per nuovi tecnici e data engineer. Questo è cruciale in Italia, dove la carenza di profili OT/IT è uno dei veri colli di bottiglia.

  1. Insight in tempo reale e IA operativa
    Con dati accessibili e normalizzati, l’intelligenza artificiale può finalmente:

    • prevedere guasti (manutenzione predittiva);
    • ottimizzare setpoint di temperatura, pressione, consumi energetici;
    • regolare carichi in base alla produzione da rinnovabili e ai segnali di rete;
    • generare report automatici per compliance, ESG, PNRR, certificazioni.

Schneider Electric, secondo lo studio, sta già applicando questo approccio con i propri clienti: spesso si parte da progetti pilota su singole linee, si validano i ritorni, poi si scala a livello di impianto e multi-sito. Il vantaggio principale?

Modernizzare senza buttare via gli investimenti esistenti, ma incapsulandoli in un’architettura più aperta e intelligente.


Come l’IA trasforma l’automazione in un motore di transizione verde

Nel contesto della serie “IA nel Settore Energetico Italiano: Transizione Verde”, questi temi non sono solo industriali: sono energetici.

L’intelligenza artificiale diventa il collante tra automazione aperta, gestione dei consumi e integrazione delle energie rinnovabili.

1. Manutenzione predittiva e affidabilità energetica

Un sistema aperto permette di raccogliere in modo coerente dati da:

  • motori, inverter, pompe, compressori;
  • sensori di vibrazione, temperatura, pressione;
  • contatori e misuratori di energia.

Su questi dati, modelli di machine learning possono:

  • prevedere guasti con giorni o settimane di anticipo;
  • suggerire il momento migliore per intervenire, anche in relazione ai cicli produttivi e ai prezzi dell’energia;
  • ridurre i fermi imprevisti (e quindi i picchi di consumi e sprechi associati alle ripartenze degli impianti).

Ogni ora di fermo evitata non è solo fatturato salvato: è energia non sprecata e CO₂ non emessa.

2. Ottimizzazione dei consumi e integrazione delle rinnovabili

In uno stabilimento che ha:

  • fotovoltaico sul tetto o in prossimità;
  • sistemi di accumulo;
  • contratti in demand response o partecipazione a comunità energetiche;

l’IA può orchestrare in tempo reale:

  • quando far partire i processi più energivori;
  • come modulare i carichi in base alla produzione solare prevista;
  • quando caricare o scaricare le batterie;
  • come ridurre i picchi che pesano su oneri di rete e penali.

Questo richiede esattamente ciò che l’automazione aperta abilita:

  • accesso ai dati di campo;
  • controllo granulare dei carichi;
  • integrazione tra sistemi di automazione e piattaforme energetiche.

3. Reporting ESG e compliance in modalità “automatica”

L’Italia sta spingendo forte su decarbonizzazione e rendicontazione ESG. Le aziende energivore si trovano a dover dimostrare, numeri alla mano:

  • come riducono consumi ed emissioni;
  • come migliorano efficienza energetica e uso delle rinnovabili;
  • come rispettano norme di sicurezza e ambiente.

Con sistemi chiusi, tutto questo richiede:

  • estrazioni manuali;
  • fogli Excel infiniti;
  • mesi di lavoro.

Con automazione aperta + IA:

  • i dati di consumo, produzione, scarti e manutenzione sono già tracciati e normalizzati;
  • i report diventano in larga parte automatici;
  • è possibile simulare scenari (es. “Cosa succede se porto il 30% della produzione nelle ore ad alta generazione fotovoltaica?”).

Questo non è solo comodo: consente di prendere decisioni strategiche in tempo reale, non a consuntivo.


Da dove iniziare: un percorso pratico per le aziende italiane

La modernizzazione dell’automazione non si fa in un unico progetto monolitico. Funziona meglio per passi, con una logica chiara di ROI e riduzione del rischio.

Ecco un percorso pragmatico che vedo funzionare nelle aziende più lucide su questi temi:

1. Mappare i costi nascosti oggi

  • Stimare fermi impianto nell’ultimo anno e loro costo orario.
  • Quantificare le ore/uomo dedicate a manutenzione “di fuoco”, non pianificata.
  • Valutare quanta parte dei dati critici non è disponibile in tempo reale.
  • Calcolare i costi vivi degli adeguamenti normativi degli ultimi 3 anni.

Spesso solo questa analisi basta per far emergere milioni di euro di margine nascosto.

2. Scegliere una linea o un’area pilota

  • Identificare una linea dove i problemi sono evidenti (fermi, scarti, consumi alti).
  • Definire pochi obiettivi chiari: es. -20% fermi, -10% consumi specifici, +15% OEE.
  • Progettare una micro-architettura aperta che integri dati OT, piattaforma software e un primo livello di IA (anche solo predittiva su un asset critico).

3. Dimostrare il ROI e scalare

  • Monitorare risultati per 6-12 mesi.
  • Documentare: riduzione costi, aumento disponibilità, miglioramento KPI energetici.
  • Usare questi numeri per costruire un piano di rollout multi-linea e multi-sito.

Qui entrano in gioco partner tecnologici, integratori e consulenti che conoscono sia automazione industriale, sia IA applicata all’energia. Senza questa doppia competenza, il rischio è fare progetti verticali che non parlano tra loro.


Perché agire ora (e non tra tre anni)

Il messaggio della ricerca Omdia è chiaro:

Ignorare l’ottimizzazione dei costi degli ecosistemi di automazione significa rinunciare a oltre 1 milione di dollari a trimestre.

Per le aziende italiane questo si traduce in meno risorse da destinare a:

  • progetti di efficienza energetica;
  • installazione di impianti rinnovabili a supporto dei siti produttivi;
  • sperimentazioni con IA per la gestione della produzione e dei consumi.

In un momento in cui il quadro normativo su energia, FER e ESG si fa più esigente, continuare a difendere sistemi chiusi solo perché “sono sempre andati” non è prudente. È costoso.

La buona notizia? L’automazione aperta e software-centrica non chiede di buttare via tutto: consente di proteggere gli investimenti esistenti, aggiungendo uno strato di intelligenza e interoperabilità che rende possibile ciò che oggi è bloccato.

Chi inizierà adesso, tra tre anni si ritroverà con:

  • impianti più flessibili;
  • costi energetici sotto controllo;
  • una base dati solida per far lavorare davvero l’IA;
  • un vantaggio competitivo concreto nella transizione verde.

La domanda, a questo punto, non è più se modernizzare i sistemi di automazione, ma quanto ancora ha senso aspettare sapendo che ogni anno sul tavolo restano 11,28 milioni di dollari di opportunità mancata.